Amazzonia. Continua la battaglia degli indigeni contro lo sfruttamento del petrolio

di Roberto Carrasco

Nel 2009 i kichwa hanno bloccato le navi sul fiume Napo, per cercare di fermare l’inquinamento e la morte. Ma da allora ben poco è cambiato.

Sostare sulla limacciosa spiaggia della comunità nativa kichwa di Copal Urco, poco prima dell’alba, svela perché l’Amazzonia crei leggende. Il vasto fiume Napo scivola silenzioso, quasi invisibile, nelle tenebre. Insetti e rumori animali rompono la silente oscurità della foresta. La giornata è appena iniziata, ed è già tutto umido. Mentre il sole sorge e l’oscurità si ritira, in lontananza si scorge una canoa che riporta un uomo di ritorno della pesca. Tutto il paesaggio, ormai illuminato, rivela alberi maestosi e stretti. La luce, anche quando diviene accecante, non riesce a farsi largo nella giungla più fitta. Il fogliame caduto dagli alberi, muro impenetrabile, lascia tutto e tutti al di fuori.

DSC0936004 Maggio 2009: Indigeni kichwas guardano sospetti l’arrivo di una Nave della Marina peruviana. “L’ultima volta che una nave ha solcato il Napo, fu nella Guerra Perù-Ecuador del 1941”, dice un anziano.

Ecco dove cominciano i racconti: il villaggio di Copal Urco, culla della comunità nativa kichwa ed una delle più antiche di questa regione (Loreto), si staglia su una piccola montagna che si erge sul lato destro del fiume Napo che collega il Perù all’Ecuador. Qui vivono poche centinaia di agricoltori e di pescatori indigeni. La foresta amazzonica peruaviana, seconda solo a quella brasiliana, consta di 70 milioni di ettari dei quali i tre/quarti ricchi di petrolio e gas: ciò ha dato avvio ad un ampio programa di sfruttamento di tali risorse, e non da oggi. Si pensi che la prima azienda petrolifera sbarcata ufficialmente in Perù nel 1945, di origine tedesca, aveva intrapreso la attività estrattiva ben prima della seconda guerra mondiale. Questo ha determinato una terza ondata immigratoria europea dopo quella del 1542, a seguito della scoperta del Rio delle Amazzoni, e quella del XX secolo che provocò un grande etnocidio dei popoli indigeni derubati degli alberi di caucciù dai quali veniva estratta la gomma. Sono stati creati 64 blocchi di esplorazione, conosciuti come lotti, sono stati creati, di cui otto dal 2004. “L’Amazzonia peruviana sta vivendo un’enorme ondata di esplorazione di idrocarburi”, afferma Matt Finer, coautore di uno studio sui progetti di petrolio e gas nell’Amazzonia occidentale da Duke University.

“L’estrazione dell’olio non è una cosa semplice. Comprende elicotteri, chiatte, sbarre di strada, piattaforme di trivellazione, pozzi e condotte. La tecnologia è più pulita di prima, ma ancora inquina le vie navigabili e spaventa il gioco e la vita dei popoli. E i lavoratori portano ancora germi, che minacciano le tribù senza alcuna immunità alle malattie degli estranei. La storia precedente dell’Amazzonia ci ricorda che l’influenza e altre malattie hanno provocato da parte dei conquistatori l’eliminazione da gran parte della popolazione indigena dell’America Latina e più recenti interlocutori, missionari, scienziati e giornalisti hanno causato conseguenze mortali nelle comunità isolate e indigeni. Dopo gli incursioni degli uomini petroliferi nel territorio di Nahua negli anni ’80, più della metà della tribù si è riferita da morire. Se le aziende entrano, è probabile che distruggeranno gli indigeni completamente e poi non saranno effettivamente”, dice Stephen Corry del gruppo di difesa Survival International. Questo si legge nella inchiesta fatta per il giornale inglese The Guardian in Luglio 2009.

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Il territorio dell’Amazzonia peruviana è quasi interamente dato in concessione. È un problema serio, di cui lo Stato non parla mai. Nel Napo la linea frontale di questa battaglia esistenziale è il lotto 67. Un pezzo di giungla nel bacino del Maranon nel Perù nordorientale, che comprende i campi petroliferi Paiche, Dorado e Pirana, che contengono barili di circa 300 m, dove una società anglo-francese, Perenco, detiene diritti esclusivi. Dal 2008 ha intenzione di spendere 2 miliardi di dollari – il più grande investimento del Paese – perforare 100 pozzi da 10 piattaforme. Il greggio sarà spedito e trasportato attraverso condotte per 600 miglia alla costa del Pacifico. Sono state fatte ampie prove sismiche e costruite le installazioni. Le barche attendono i primi barili. Ma per comunità autoctone come Copal Urco e tutta la Federazione da Comunità Native dal Messo Napo, Curaray e Arabela (FECONAMNCUA) questo implica la morte della loro cultura e l’invazione dei loro territori. Inoltre altro tema grave è quello della presenza dei gruppi indigeni no contaminati. Perenco respinge queste affermazioni come insinuazioni e disinformazione da parte di gruppi contrari allo sviluppo económico dicendo che: “Tutto questo è simile al mostro di Loch Ness. Molte chiacchiere, ma mai nessuna prova”, dice Rodrigo Marquez, responsabile regionale latino-americano di Perenco. “Abbiamo fatto studi molto dettagliati per accertare se ci sono tribù non contattate perché sarebbe una questione molto grave. L’evidenza è inesistente”. Perenco resta convinta dell’idea che è facile costruire teorie di cospirazione e che quando si parla della presenza degli incontaminati siesprimono solo opinioni, e chiede agli scienziati di produrre prove di quello che affermano.

9-mayo-2012 - 26In questo tema chi ha l’ultima parola? I critici dicono che “nemmeno il Ministero dell’Ambiente oppure di Cultura hanno l’influenza nei confronti dei soggetti più potenti che guidano la corsa all’olio e dell’impatto che questo avrà sui popoli indigeni”, afferma Richard Rubio, presidente della federazione indígena dal Napo.

“Il governo del Perù non è imparziale e non incoraggia le Studi da Impatto Ambientale veramente indipendenti, afferma Jose Luis de la Bastida, specialista di petrolio peruviano presso l’Istituto World Resources di Washington”, secondo Corry. In questo contesto, Lima è e si sente molto lontana dall’Amazzonia. È solo una città capitale costiera di quasi nove milioni di persone circondate dalle baraccopoli, il suo centro ha Starbucks, grattacieli lucidi, uffici governativi intelligenti e alcuni dei migliori ristoranti del Sud America. Storicamente si è guardato verso l’esterno dell’Oceano Pacifico e raramente ha pensato ai 300.000 abitanti delle foreste “nativo” scure, poco più dell’1% della popolazione. Ha avuto anche meno motivo di riflettere sulle tribù non contattate oppure dell’impatto della esplotazione petrolera. In questo contesto il presidente Alan Garcia Perez ha decretato le leggi che incidono l’Amazzonia per progetti di petrolio, gas, minerario e biocarburanti.

DSC09341Di fronti a questo i “nativi” si sono alzati. Sparpagliati, impoveriti e emarginati, hanno organizzato proteste. Diverse comunità hanno sfidato la politica estrattiva del governo. Il lunedì mattina del 04 Maggio 2009 hanno bloccato le condutture, le strade e le vie navigabili. Il presidente li ha denunciati come sabotatori “ignoranti” e il mese scorso ha ordinato alle forze di sicurezza di sollevare i blocchi.

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Alan Garcia, di fronte all’indignazione e la forza indigeni, ha però revocato due decreti più controversi, 1090 e 1064, che avrebbero aperto l’Amazzonia alle piantagioni di biocarburanti. I gruppi indigeni hanno sospeso le proteste, ma i progetti di petrolio e gas sono ancora in corso. “Lo scenario futuro rimane terrificante: l’Amazzonia peruviana è ancora coperta da concessioni”, afferma Finer, coautore dello studio Duke. Le compagnie petrolifere e il governo peruviano sono impegnate – in particolare per il l’ambito lotto 67.

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Dopo otto anni in Roma, parlando con un testimone di quello chi vive le popolazione napuruna, il Dr. Florindo Barisano, della ONG italiana del PRO.DO.CS (Progetto Domani: Cultura e Solidarietà), ricordavamo le parole del Padre Juan Marcos Mercier che 40 anni fa diceva: “Ai Runa non importa della loro cultura indígena, vogliono vivere come i bianchi e come la società dominante perchè si sentino inferiori essendo indigeni”. E parlando della similare situazione nell’Ecuador questo missionario diceva:”Il disastro ecologico dell’Amazzonia è evidente e non solo viene voglia di piangere ma anche di litigare con più forza. Ma bisogna essere intelligenti, astuti, come lo Yawati o il Coniglio per litigare contro tutte quelle multinazionale che hanno spazzato la selva”.

FLORINDO BARISANOIl dottor Barisano è una delle pocche persone in Italia che conoscono la realtà del Napo. Luì visita il Napo da 30 anni fa. “Che difficile è andaré controcorrente!”, diceva mentre veniva alla memoria quello del Conflitto Amazzonico dal 2009 in Perù.

Anzi, “quello che raccontava Padre Juan Marcos, che io pensavo fossero storie esagerate, erano la vera realtà. Era per me incredibile vedere che il fiume che io ho solcato decine di volte in Perù, era lo stesso che ho visto passando da Coca a Nueva Rocafuerte dal lato ecuadoriano, ed è motivo di tristezza vedere come potrebbe essere trasformato il lato peruviano del Napo nei prossimi anni”. Su questa situazione ci sono molte cose da dire. Nelle Missioni cattoliche presenti in tutto il Napo si sta da tempo discutendo sui rischi e le minacce che è insito nell’attività dell’industria estrattiva in questa parte della Amazzonia Sudamericana. I missionari che lavorano a stretto contatto con le comunità indigene sono testimoni viventi di come si sviluppano e vengono attuate le politiche in virtù dello “sviluppo pro-bianco”. Ad esempio, il Millennium Cities Project – Manaos, vuole dragare il Napo. In realtà, vi è grande preoccupazione da parte dei popoli dell’Amazzonia di questa zona del pianeta. Loro vogliono il dialogo come Nazione Kichwa. Vogliono incontrarsi per discutere i loro problemi. La verità è che le popolazioni indigene dell’Ecuador hanno sofferto molto di più le conseguenze dell’industria estrattiva petrolifera. Ci sono casi giudiziari terminati con condanne come i casi della Texaco e di Sarayacu. Gli indigeni della zona peruviana non hanno ancora avuto esperienze forti analoghe. Il conflitto che si è verificato nel maggio 2009 nel Medio Napo, quando una grande nave della Marina di Guerra peruviana e l’industria petrolifera Perenco si scontrarono con gli indigeni che avevano operato un blocco del fiume Napo, anche se poteva sembrare un fatto importante, purtroppo non lo è stato. Tutto il dialogo ed i tavoli di lavoro sono terminati lì. Alcune comunità che potevano beneficiarsi dell’estrazione del petrolio non si unirono alla lotta ed alla protesta. Ad oggi, quasi tutte le comunità indigene peruviane del Napo non hanno ancora avuto il supporto diretto promesso all’epoca dalle compagnie petrolifere. Nel Napo peruviano ci sono molte cose da analizzare. Continueranno ad essere i viaggiatori, gli stranieri, i visitatori, i turisti che ci diranno e confermeranno quello che i missionari stanno dicendo da molto tempo …? c’è davvero la volontà di lavorare con i popoli indigeni…? Probabilmente i governi di turno termineranno i loro mandati con le loro tasche piene, a scapito delle risorse di tutti. Forse il linguaggio di inclusione continua a far sognare e gli stati del Perù e dell’ Ecuador continuano a dare somme irrisorie di denaro alle persone dicendo che stanno facendo un grande piano per combattere la povertà e la malnutrizione.

IMG_2509Di fatto questa domanda è fondamentale: Si sta rispetando la Convenzione 169 dell’OIT e le legge che proteggono ai popoli indigeni? Ma quello che accade va ben al di la .

La malnutrizione si aggrava con l’inquinamento dei fiumi. Le acque sono inquinate e né lo Stato né le aziende che si definiscono leader sociali vogliono farsi carico di questa patata bollente. Il livello di istruzione è molto basso, la sanità completamente a terra. Se la salute di questa parte del mondo non è nel caos più totale lo dobbiamo solo grazie al lavoro della Missione dei Cappuccini in Rocafuerte – Ecuador e la Missione Cattolica di Santa Clotilde – Perù, dove gli Oblati di Maria Immacolata, i Padri Norbertini stanno offrendo assistenza sanitaria di qualità da 35 anni fa. Bisogna stare tutti uniti a lavorare con la nazione Kichwa. Bisogna scommettere per il dialogo e per un Progetto di Vita Kichwa per i popoli del Napo ecuadoriano e peruviano. La lettera di Tarapoto del 01 Maggio 2017 ha aperto oggi per tutta l’Amazzonia un nuovo atteggiamento e sfida di lavorare attraverso de Rette Pan Amazzonica (REPAM): “come fermare il processo di destruzione dell’Amazzonia?”.

The resist of the indigenous peoples – AMAZONIA

El pueblo kichwa de Sarayacu se ubica en la Amazonia ecuatoriana – frontera con el Perú. Es una comunidad que ha sabido resistirse legal y culturalmente a las terribles situaciones vividas frente a empresas petroleras que continuan trabajando no solo en el lado ecuatoriano, también en el lado peruano.

En el Perú, los pueblos indígenas del Napo, cuando vieron el video completo se sintieron identificados con la misma problemática y dialogan de las consecuencias que vivirán dentro de poco cuando la extracción petrolera comience a vislumbrar mayores dificultades, de aquellas que ya ha encontrado hasta hoy.

LOOK THIS VIDEO HERE !!!

“Sarayacu resist the assault of the petrolleum industry”

 ¿Y EN EL NAPO PERUANO ?

Quiero atreverme a compartir parte de un estudio realizado  por MARCO A. HUACO PALOMINO, acerca de una CONSULTORÍA PARA ESTUDIO SOBRE VULNERABILIDAD DE LOS DERECHOS INDIGENAS EN EL NAPO – en el contexto del Proyecto de “Mitigación de conflictos y Desarrollo de la Amazonia” – realizado por la CEAS, el 16 de diciembre del 2013

con fondo el buque

AQUÍ SOLO UNA PEQUEÑA PARTE DEL ESTUDIO QUE NOS PUEDE AYUDAR A COMPRENDER LA DIMENSIÓN DEL PROBLEMA PRESENTADO:

1.      Vulnerabilidad de derechos indígenas en el Napo: actividades petroleras

 A diferencia de las dos actividades extractivas arriba estudiadas, la minera y maderera ilegales, la actividad hidrocarburífera de las empresas Repsol y Perenco han sido autorizadas por el Estado siguiendo la normatividad legal del sector Energía y Minas pero en directa contraposición a los derechos de los pueblos indígenas que son de rango jurídico superior, esto es, constitucional.

La presencia de estas empresas, y principalmente de Perenco en relación a las comunidades del Medio Napo, ya registra afectaciones a los derechos Kichwas a pesar de que la fase de explotación aún no había comenzado en el momento en que se levantaron las entrevistas que a continuación se citan. Esto es una prueba fehaciente de que la licencia del lote así como la aprobación del Estudio de Impacto Ambiental de la fase exploratoria debieron haber sido consultadas previamente a las comunidades que serían afectadas directamente.

4.1. Documentación y testimonios

Los apus entrevistados denuncian hechos graves que deberían ser investigados y sancionados, además de prevenidos:

“FECONAMNCUA trabaja con 40 comunidades, antes habían comunidades que participaban de nuestra federación pero no enviaron ni carta para dejar de participar. Vino un representante de relaciones comunitarias de PERENCO para conversar una vez. Pero el Estado no ha venido. Normalmente sería que venga primero el Estado y luego las empresas pero no es así.

“Se ha formado una nueva federación que trabaja con la empresa con 04 comunidades que antes eran de nuestra organización. Ni dan la cara, antes venían pero ahora tienen su lancha propia, deslizador que alquilan a la empresa, tienen acuerdos económicas con la empresa. Pero Perenco solo apoya a las comunidades que ellos dicen son de “influencia directa”. Pero cuando ocurre un derrame, no sólo van a sufrir ellos sino todos los de la cuenca.

“La consulta previa debe ser a todas las comunidades, no solo a la federación, pues cuando los quieran mover a esa comunidad va a saber por qué la están moviendo.”

“Los TRANSTUR (de Perenco) que vienen a una inmensa velocidad con 40, 70 pasajeros y motores tremendos que levantan unas olas tremendas. Y el Napo no está acostumbrado a navegar en botes sino a transportarse en canoas de 6 a 7 personas y andan llenitas, ¡cuántos botes se han hundido justamente por eso!. El año pasado, el 17 de julio de 2012, ha sucedido inclusive un accidente a 200 metros de la comunidad de San José. Un señor estaba cruzando en la noche y se chocó contra una barcaza que no tenía luz, de noche y pasaba sin luz!, y murió una niña de cuatro años. Escaparon todos pero quedó la niña, solo el bote recuperaron. En Curaray también pasó otro caso que por salvar a su hijo, el bote se volteó y los tapó y murieron dos. El Curaray es un río más reducido y las olas por tanto causan más impactos. Tradicionalmente el naporuna no está acostumbrado a eso.”

“Yo mismo he visto al buque tópico, del Estado, yo bajaba para mi casa y miraba que botaban inmensos paquetes, de bolsas negras, rosadas, y el mismo buque del Estado estaba botando desechos ¡al río!., y justo me olvidé mi cámara, botaban cebollas podridas, cáscaras, y muchas cosas, el mismo buque del Estado que está para proteger…como nadie ve allí, ellos botaban. Yo mismo lo vi”.

Falta mucho socializar el cuidado del medio ambiente. El Estado no reconoce a los monitores ambientales indígenas. Yo mismo hablé con Perenco para que apoyen el monitoreo pero no querían.

“Los impactos de la actividad de las empresas. Con el movimiento de estas olas se va derrumbando la tierra de las orillas y el agua está más turbia, cambia de cauce el agua, cambia de línea, el agua baja más turbia. Yo estaba aquí en los noventa, cuando todavía no entraban las empresas, y el agua era más cristalina, el zúngaro estaba más arriba y bajaba, pero ahora ya no, todo es más movimiento, todo está removido. Niños que vienen al secundario de la parte de enfrente del río ya no van a venir a la escuela en canoa por temor a las olas, han cambiado su hora para venir y su ruta, es peligroso para ellos.” Sr. Richard Rubio, Presidente FECONAMNCUA

Non hanno potuto strappare le nostre radici !!!

di Roberto Carrasco, OMI

 Usammo la metodologia di Paulo Freire:

Quando ero nella missione, ricordo che una delle cose belle che ho imparato è parlare ai indigeni con le parole generatrici selezionate dalla loro cultura ed ambiente. Mi facevo ogni tanto questa domanda: Come intregrare tutto quello che imparava dagli stessi indigeni, la loro religiosità, la loro storia, le abitudini, i miti, i racconti, i canti che hanno raccolto ed organizzato i primi missionari in questa parte dil mondo?

Ricordo le parole dal P. Juan Marcos, e come lui, ogni tanto quando la solitudine è vicina, pensavo nella catechesi, nella predicazione… non sono uno studioso  né un accademico, non sono antropolocné linguista, ma la conoscenza che mi hanno offerto gli anziani, conosco qualcosa dei loro miti, dei loro canti, della loro grammatica. C’è un dizionario KICHWA – CASTELLANO, che è il prodotto dal lavoro dei padri Juan Marcos Mercier e José Miguel Goldáraz… quanto gli ringrazio a loro, sono miei maestri nella missione tra indigeni amazonici.

La convivenza, la amicizia, anche delle domande per cercare capire questo mondo dove ho visuto, me porta a scrivere questo articolo. Quando ascoltava la lezione dal capitolo sesto, ho ricordato, subito… quel modelo napuruna, proprio della cultura napuruna, che ha una similitudine al modelo proposto per Paulo Freire: osservare la relazione tra genitore e figli per vedere se lo stile che usano entrava in sintonia con la famiglia e l’ambiente. Mentre che il missionario visitava tutte le scuole per controllare il processo educativo, inoltre, una missionaria si incaricava di svolgere le pratiche ufficiale per il Minitero di Educazione molto lontano, nella cità.

P. Juan Marcos tante volte raccontava che gli indigeni respingevano ciò che gli era proprio: dopo tanti anni di maltrattamento e disprezzo della loro cultura, considerandola arretrata e primitiva di fronte al mondo occidentale civilizzato, loro volevano imparare quello che imparano “i bianchi” e perfino si vergognavano delle loro conoscenze, della loro lingua, delle loro abitudini. Anzi il compito fu duro in quei primi tempi, ma poco a poco germinarono le ricchezze della cultura come se fossero state sommerse nelle acque del fiume per uscire per  qualque momento in superficie: “STRAPPARONO I NOSTRI FRUTTI, TAGLIARONO I NOSTRI RAMI, BRUCIARONO IL NOSTRO TRONCO, MA NON POTERONO STRAPPARE LE NOSTRE RADICE”.

Ri- Leggendo Paulo Freire: “La pedagogia degli oppressi”

di Roberto Carrasco, OMI

Facendo uso del mio ruolo di comunicatore, e per collegare il tema dell’educazione progressiva, vorrey condividere parte di una Intervista che si trova nel sito web http://paulofreire.it/node/112 [L’Attualita’ di Paulo Freire. Intervista a Moacir Gadotti].

Questo è un tema che mi piace  di più  per questa raggione vorrei presentare questo riasunto che puoi aiudarti nella comprensione:

  • Una costante del suo pensiero è la dimensione etica, il suo  IMPEGNO CON I ‘CONDANNATI DELLA TERRA’, CON ‘ESCLUSI’.
  • Fu capace di dar forma nella sua filosofia dell’educazione ad un quadro teorico fondato su quattro intuizioni originali: l’enfasi sulle CONDIZIONI GNOSEOLOGICHE DELL’ATTO EDUCATIVO; la DIFESA DELL’EDUCAZIONE COME ATTO DIALOGICO; la NOZIONE DI SCIENZA APERTA ALLE NECESSITÀ POPOLARI; la PROGETTAZIONE COMUNITARIA E PARTICIPATIVA “.
  • Cominciò quindi a studiare e ad AVVICINARSI AL LINGUAGGIO POPOLARE e riuscì a sviluppare una metodologia che gli consentisse di rivolgersi agli adulti in quanto tali, smettendo di trattarli in classe da bambini, come era ancora pratica comune negli anni ’50.
  • CON UN APPROCCIO PSICO-SOCIALE in grado di trasformare rapidamente GLI ADULTI CONSAPEVOLI DELLE RAGIONI DELLA POVERTÀ. Parte dalla constatazione che un analfabeta che non conosca le ragioni del suo analfabetismo, anche se comincia ad acquisire nozioni, ritornerà all’analfabetismo: per questo l’educazione è anche educazione politica.
  • La Pedagogia degli oppressi continua ad essere valida non solo perché nel mondo continua ad esserci oppressione, ma anche perché risponde a necessità fondamentali dell’educazione odierna. La scuola ed i sistemi educativi si trovano ad affrontare nuove e grandi sfide nel contesto di una ‘generalizzazione dell’informazione’ in una società da molti chiamata ‘delle conoscenze’ e che io preferisco chiamare SOCIETÀ ‘CHE APPRENDE’ O ‘DELL’APPRENDIMENTO’. Le città stesse divengono educatrici e in apprendimento, moltiplicando i propri spazi formativi. La scuola, in questo nuovo contesto impregnato di conoscenze non può limitarsi ad essere uno spazio formativo qualsiasi fra altri spazi formativi. E’ necessario che si trasformi in spazio capace di organizzare i molteplici spazi formativi, agendo in modo più formativo e meno informativo. Deve diventare un ‘CIRCOLO DI CULTURA’, come diceva Paulo Freire, capace di gestire conoscenze sociali, più che dispensatrice di lezioni.
  • Quello di Paulo Freire è un metodo attento alle pratiche: cominciamo a PARTIRE DALLA CURIOSITÀ, ricercando per fare e quindi sistematizzare; dopo questa lettura del mondo, entriamo POI in una seconda fase di IDENTIFICAZIONE E ANALISI  delle parole generatrici: la ricerca va condivisa ed è per questo che L’EDUCAZIONE SI IDENTIFICA CON IL DIALOGO ; entrambe queste fasi sono preparatorie ad una terza fase di azione: APPLICANDO LE NUOVE CONOSCENZE AL MONDO SI RENDE POSSIBILE LA SUA TRASFORMAZIONE“.

NOTA: [Quello  che è in grassetto e maiuscola ricordarà a fare pensare i principali idee dal testo]

 

Pedagogia interculturale. Una roposta peruviana che nasce tra indigeni 40 anni fa

di Roberto Carrasco, OMI

PROYECTO RECREARTE – MISIÓN SANTA CLOTILDE – RÍO NAPO – PERÚ

Quando ho sentito nella lezione che se parlava dell’analisi della domanda educativa, no posso lasciare di pensare nella esperienza nella Amazonia. Sono convinto che quella mi ha aiutato moltissimo nella mia vita. Ricordo un incontro di Pastorale Indigena Nazionale otto anni fa. Là si trovavano tutti i missionari che venivano da diversi parti della Amazonia. In questo momento ho conosciuto al P. Luis Bola, SDB – un salesiano che ha visuto con indigeni dell’etnia shuar – Ascoltare no soltanto a ogni missionario, anche agli anziani che rappresentavano la loro cultura e gruppo etnico. Questi giorni erano come stare nella Università ascoltando cattedra di loro.

PARLANDO DI UN’ANALISI DEI BISOGNI EDUCATIVI:

Oggi mi faccio questa domanda: Quale sarebbe il quadro di riferimento ideale davanti a una comunità indigena, oppure con una cultura diversa?

La domanda educativa essiste, bensi il governo di solito no prende cura di questa realtà. Poichè la prattica dice che non c’è la volontà politica per svilupare questi popolazioni… Magari perche è meglio che l’indigena rimanga senza educazione, dimenticando un principio fundamentale che loro sono cittadini peruviani. Vorrei condividere la esperienza detta per un partipante di quell’incontro:

p1010030“Quando ero là, gli anziani specialmente, ci raccontavano che i professori meticci, venuti da Iquitos (cità capitale della regione Loreto-Perù), non insegnavano niente e  che, inoltre, non rispettavano la loro cultura ed abitudini e che imponevano terribili punizione. Gli insegnanti meticci avevano fatto sfregare con sabbia il viso di una bambina fino a farla, sanguinare per far sparire le pitture che aveva sul viso! Punirono anche un ragazzo  solamente perchè non volle giocare a pallone: lo misero in un bidone con acqua e lo tennero il per due ore, dopo presero del mais e lo facero rimanere  inginocchiato sul grano per altre due ore in piu!

Quelli che venivano da fuori, non facevano altro che distruggere la loro cultura, insegnando solo castigliano, insegnando la cultura occidentale, volevano “farli diventare bianchi”.

L’unica via di uscita a tutto quel disastro era formare maestri nelle propie comunità, ma partendo dalla realtà e dalle necessità delle gente”.

 

PARLANDO DI PROGETTAZZIONE DELL’AZIONE EDUCATIVA E SOLUZIONE DI PROBLEMI:

Mi faccio la domanda come loro si hanno fatto prima: Come faremo quello, dicevano gli anziani?

La sfida era grande, forze la paura era di più: “Cosicchè mani all’opera! Appena arrivati ad Iquitos, decidiamo – dicevano P. Juan Marcos Mercier e il wainaru (parola in kichwa che significa “capo”) della Organizazione Indigena (dove si incontrano ogni Apu di ogni comunità) –  di intraprendere il compito di formazione di maestri nativi ed elaboriamo il Progetto di educazione Bilingue dal Alto Napo (PEBIAN) che presentiamo al Ministero di Educazione di Iquitos.

Il progetto fu approvato agli inizi del 1975 e a febbraio dello stesso anno iniziamo la formazioni di maestri per la scuole delle sponde del fiume”.

Sarebbe interesante risaltare che questa prima proposta inizia nel Perù, anche nella America dall Sud, l’EBI, la cosidetta – Educazione Bilingue Interculturale –

P1030254.JPGContinua la storia: “Tutto si fece sula marcia e partendo dalla realtà e dalle necessità della gente. I giovani napuruna (in kichwa, NAPU è il nome del fiume; e RUNA significa oumo), scelti dalle loro comunità che accorserò al 1° Corso di Formazione, avevano frequentato soltanto la Primaria o Scuole Elementari, benché alcuni sapessero appena leggere. La cosa urgente era prepararli er far trasmettere agli altri il poco che sapevano”.

Vorrei fermarmi qui perche la storia è veramente merevigliosa. Io lentamente ho cominciato a capire in messo da loro come il PEBIAN che nasce con un lavoro molto empegantivo di un missionario percorriendo a piedi e anche viaggiando in peque peque (picola barca di legno), il tema è che quella urgenza e bisogno comincia dentro della propria comunità che ha saputo comunicare la sua preocupazione. LA COMUNICAZIONE SVILUPA LA VITA DEI MEMBRI DELLA COMUNITÀ.

J. Bruner ricorda “come la mente umana cresce e viene strutturandosi all’interno di una comunità culturale interagendo con le forme simboliche che essa esprime”. Così, quando si “prende coscienza attenta di questa realtà è una componente essenziale dell’analisi della situazione problematica di partenza”.

Mi piace raccontare questa storia perche mi aiuta a capire lo importante che sono i valori dentro d’una comunità. Il ruolo della famiglia, del apu (CAPO della comunità) formano questo sistema di convinzioni, credenze, costumi e pratiche sociale nella crescita non soltanto di un popolo, anche di  una nazione, come è la NAZIONE NAPURUNA.

La lotta contro la povertà

di Roberto Carrasco, OMI

VORREI CONDIVIDERE CON VOI UNA SITUAZIONE CHE HO VISUTO NELLA AMAZONIA PERUVIANA. QUESTA FORMA PARTE DELLA VITA MISSIONARIA TRA I POPOLI INDIGENI.

SCRIVEVA P. JUAN MARCOS:

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Niños napurunas navegan cada día por el río para llegar a la escuela – Comunidad Kichwa Loroyacu – 2013

Ogni volta che ascolto i mishus (meticci), che vengono con i loro piani e teorie per il terzo mondo mi entra una specie di indignazione. La selva diventa brodo di coltora per ogni tipo di teorie, economiche, politiche e sociali… Caritas ha un accordo con il governo per lavorare in zone di estrema povertà o, quello che è per loro è lo stesso, le zone indigene. Arrivano ecologisti, ambientalisti, sociologi, educatori, di CARE, Caritas, UNICEF, da ogni lato, ad imporre i loro modelli e “finire con la povertà ed il sottosviluppo”. Si formamo commissioni multi-settoriali ed appaiono, come funghi del bosco, le organizzazioni ed imprese che vengono “a dare lavoro a questi poverini”… È una vera invasione, quasi una guerra dichiarata contro tutto quello che sia nativo, indigeno e povertà…

Alcuni vogliono finire con la povertà insegnando agli indigeni metodi contraccettivi. Altri, dando loro un nuovo lavoro da schiavi, mentre le loro tasche si riempiono a costo delle imagini di bambini poveri, deboli, denutriti e con le pance strapiene di amebe. E quasi tutti si deliziano in piani, progetti, abbozzi, documenti, con cui dicono di salvare il mondo. Una di queste organizzazioni è stata tre anni lavorando qui e fece solamente diagnosi…

Io me domando di che  povertà parlano quei poveri di spirito… con che autorità parlano di povertà e la riferiscono al possesso di denaro, di beni! Con che autorità parlano di svilupo! Con che convinzione vedono negli indigeni il sottosviluppo e la misera!

Non li capisco. Ho visto la felicità in cui vivono i Runa (significa Uomo), li ho visti stufarsi con la minima sufficienza, ho visto i bambini sguazzare felici nelle acque del fiume e l’allegria del cacciatore quando arriva con la sua preda. Ho visto l’armonia e la complementarietà dell’uomo con la natura, la risata dei piccoli e l’allegria delle loro mammine quando li vedono dare i primi passi.

Per lotare contro la povertà e il sottosviluppo bisogna avere chiaro il loro significato… non sia che a furia di lottare contro la povertà sparisca tutta la ricchezza di queste terre…

Homo Naledi

di Roberto Carrasco, OMI

CHE GRANDE SCOPERTA?… CHE COSA SAI?

Il 11 settembre 2015 è stata resa pubblica la notizia dei resti di un nuovo esemplare del genere Homo, chiamato NALEDI che in lingua Sesotho significa “stella”, è stato trovato in una grotta, a 50 km  della città di Johannesburg, in Sud Africa. Il professore Lee Berger dell’Università di Witwatersrand, resposabile della investigazione ha detto che si tratta di oltre 1550 reperti ossei relativi ad almeno 15 individui di varie età.

homo Naledi

Dopo sei mesi della notizia, penso ancora, che questa scoperta dell’Homo Naledi ha aperto un nuovo scenario nella comprensione della storia evolutiva della nostra specie. Infatti, si tratterebbe di una nuova realtà, che potrebbe confermare che nell’Antropologia lo studio dell’evoluzione dell’uomo non ha seguito un percorso evolutivo lineare, per cui da una specie ne è nata una nuova. Cioè, l’Homo Naledi ci revela che tuttavia manca sapere, nella totalità della comprensione del genere Homo, che ciò è forse. l’inizio di un cambiamento nella interpretazione dell’Homo nella scienza, anche la Teologia.

Già la presenza di molti individui nella cavità indurrebbe a pensare a un trattamento dei defunti e nella comprensione della vita e morte.

Speriamo che questo studio approfondisce.

 

 

Tra indigeni abbiamo bisogno di incontrarci

Nel Napo peruviano e dell’Ecuador abbiamo bisogno di incontrarci.

NEL NAPO PERUVIANO ci sono molte cose che bisogna vedere nel loro insieme

 Di Roberto Carrasco, OMI*

 

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Nel mese di febbraio ci ha fatto visita nel bacino del fiume Napo, il Dr. Florindo Barisano, della ONG italiana del PRO.DO.CS (Progetto Domani: Cultura e Solidarietà). Certamente questo medico non è la prima volta che visita il Napo. Normalmente lo ha fatto dal lato peruviano. Questa volta è venuto facendo il percorso dall’Ecuador arrivando prima a Quito e poi per via fiume, da Coca a Rocafuerte. In questa maniera ha ridisceso il grande fiume che ha come paese fratello l’Ecuador, che si chiama Napo. Bisogna ricordare che Francisco de Orellana è venuto in Amazzonia per questa rotta ed ha “scoperto” il Grande Mare, oggi chiamato Rio delle Amazzoni.

Non è il caso del dottor Florindo, tuttavia, molte persone non conoscono la realtà del Napo vista nel suo complesso. Guardare il Napo con l’aspetto di un grande fiume che unisce due paesi fratelli: Perù ed Ecuador. Non entrerò nella linea di eventi che hanno dato origine a tutta la storia per definire una frontiera che oggi divide due paesi fratelli, ma non ha potuto dividere una cultura, quella Naporuna.

Io ho avuto l’opportunità di fare questo stesso viaggio in senso inverso, lasciando la città di Iquitos, passando per Mazan, raggiungendo Santa Clotilde e il giorno successivo andare a Angoteros e poi Pantoja, chiedere il permesso di frontiera ed andare a Rocafuerte. Mi ci sono voluti due giorni. Dopo un lungo viaggio in “canoa”, come denominano gli ecuadoriani un battello commerciale che porta circa un centinaio di persone alla volta, sono arrivato alla città di Coca in Ecuador.

Come molti, sono rimasto sorpreso dalla grande differenza che si incontra sullo stesso fiume tra Ecuador e Perù. Poco più di un anno fa il presidente dell’Ecuador Correa ha inaugurato “Il ponte sul maestoso Fiume Napo”. Un investimento di circa 100 milioni di dollari che collega la città petrolifera di Coca, con una strada lunga più o meno 80 km, e che alla fine raggiunge l’area degli indigeni Huaorani. Discussa opera per alcuni e per molti un “grande lavoro che risponde alle esigenze della popolazione dei fiumi”.

Il Dr. Florindo Barisano, commentando il suo viaggio sul fiume, ha scritto questo: “Non avrei mai potuto immaginare che il Napo ecuadoriano era così diverso rispetto al lato peruviano. Le cose che abbiamo visto a Coca, su quella strada terrestre che portava a Pompeya, e lungo il percorso fluviale sul fiume fino a Rocafuerte è impossibile immaginare per coloro che hanno attraversato nel corso degli ultimi 20 anni solo il lato peruviano del Napo. Quello che raccontava Padre Juan Marcos, che io pensavo fossero storie esagerate, erano la vera realtà. Era per me incredibile vedere che il fiume che io ho solcato decine di volte in Perù, era lo stesso che ho visto passando da Coca a Nueva Rocafuerte dal lato ecuadoriano, ed è motivo di tristezza vedere come potrebbe essere trasformato il lato peruviano del Napo nei prossimi anni”.

Su questa riflessione ci sono molte cose da dire. Nelle Missioni cattoliche presenti in tutto il Napo si sta da tempo discutendo sui rischi e le minacce che è insito nell’attività dell’industria estrattiva in questa parte della Amazzonia Sudamericana.

I missionari che lavorano a stretto contatto con le comunità indigene sono testimoni viventi di come si sviluppano e vengono attuate le politiche in virtù dello “sviluppo pro-bianco”. Ad esempio, il Millennium Cities Project – Manaos, vuole dragare il Napo. In realtà, vi è grande preoccupazione da parte dei popoli dell’Amazzonia di questa zona del pianeta. Loro vogliono il dialogo come Nazione Kichwa. Vogliono incontrarsi per discutere i loro problemi. La verità è che le popolazioni indigene dell’Ecuador hanno sofferto molto di più le conseguenze dell’industria estrattiva petrolifera. Ci sono casi giudiziari terminati con condanne come i casi della Texaco e di Sarayacu. Gli indigeni della zona peruviana non hanno ancora avuto esperienze forti analoghe. Il conflitto che si è verificato nel maggio 2009 nel Medio Napo, quando la Marina di Guerra peruviana e l’industria petrolifera Perenco si scontrarono con gli indigeni che avevano operato un blocco del fiume Napo, anche se poteva sembrare un fatto importante, purtroppo non lo è stato. Tutto il dialogo ed i tavoli di lavoro terminarono lì. Alcune comunità che potevano beneficiarsi dell’estrazione del petrolio non si unirono alla lotta ed alla protesta. Ad oggi, quasi tutte le comunità indigene peruviane del Napo non hanno ancora avuto il supporto diretto promesso all’epoca dalle compagnie petrolifere.

Nel Napo peruviano ci sono molte cose che dobbiamo ancora analizzare nel suo insieme. Continueranno ad essere i viaggiatori, gli stranieri, i visitatori, i turisti che ci diranno e confermeranno quello che i missionari stanno dicendo da molto tempo …? c’è davvero la volontà di lavorare con i popoli indigeni…? Probabilmente i governi di turno termineranno i loro mandati con le loro tasche piene, a scapito delle risorse di tutti. Forse il linguaggio di inclusione continua a far sognare e gli stati del Perù e dell’ Ecuador continuano a dare somme irrisorie di denaro alle persone dicendo che stanno facendo un grande piano per combattere la povertà e la malnutrizione.

Ma quello che accade va ben al di la . La malnutrizione si aggrava con l’inquinamento dei fiumi. Le acque sono inquinate e né lo Stato né le aziende che si definiscono leader sociali vogliono farsi carico di questa patata bollente. Il livello di istruzione è molto basso, la sanità completamente a terra. Se la salute di questa parte del mondo non è nel caos più totale lo dobbiamo solo grazie al lavoro della Missione dei Cappuccini in Rocafuerte – Napo – Ecuador e la Missione Cattolica di Santa Clotilde – Perù, dove gli Oblati di Maria e i Padri Norbertini stanno offrendo assistenza sanitaria di qualità,

Bisogna stare tutti uniti a lavorare con la nazione Kichwa. Bisogna scommettere per il dialogo e per un Progetto di Vita Kichwa per i popoli del Napo ecuadoriano e peruviano. Chiunque voglia aderire ad esso è il benvenuto, per recuperare il Yasuni tra le riserve naturali che appartengono a tutti e non ad un gruppo di investitori che opera con la benedizione dei governi in carica.

(*) Articolo pubblicato il Lunedi, 25 marzo, 2013 in http://eltrocheronaporuna.blogspot.it/2013/03/en-el-napo-peruano-y-ecuatoriano-nos.html

Traduzione fatta per Dr. Barisano

 

 

 

 

La comunità virtuale

La comunità virtuale: Il web 2.0 – Un approccio della socialità in rete

INTRODUZIONE

Alla fine del secondo Millennio, Howard Rheingold, uno dei più eminenti specialisti sull’uso dei mezzi di comunicazione al computer, afferma: “nelle comunità virtuali le persone utilizzano le parole nello schermo per condividere fatti e discutere, intavolare discorsi intellettuali, dirigere il commercio, scambiare conoscenze, sostenersi emotivamente, pianificare, pioggia di idee, litigare, spettegolare, innamorarsi, incontrare amici e perderli, giocare, flirtare, creare un po’ di arte e molte parole vuote. Nelle comunità virtuali la gente fa la stessa cosa che nella vita reale, lasciando però da parte il proprio corpo. Non si può baciare nessuno e nessuno può darti un pugno sul naso, però possono succedere molte cose dentro questi limiti”1, e come si è visto, “la comunicazione resa possibile dai media elettronici testuali è una comunicazione che non ha la ricchezza e l’impatto della comunicazione faccia a faccia”2.

Cosí nasce una nuova forma di comunicazione. Per quegli anni, come anche oggi, conoscere le reti sociali e le comunità virtuali è vitale nel mondo attuale. Senza dubbio, la gran quantità di informazione oggi su internet rende spesso impossibile porre le cose nel loro contesto.

Con l’introduzione del Web, della sua nuova interfaccia, aumentando un poco la velocità di connessione a Internet e un nuovo miglioramento della capacità mediali del computer, “con il Web, infatti, il computer diventa un vero e proprio mass medium: uno strumento comunicativo attraverso cui è possibile far fruire lo stesso contenuto multimediale – il sito web – a una «massa», un insieme indistinto di soggetti riceventi”3. Dopo nascono i diversi portali, i siti di ricerca, come il Yahoo nel 1994 diventerà il più grande portale e sito di riferimento; dopo viene Google che cambierà il panorama dei motori di ricerca; dopo viene la Webmail che consente di gestire una casella di posta elettronica direttamente da un browser. Notiamo come, a questo proposito Giuseppe Riva afferma: “come abbiamo visto, grazie alla nuova interfaccia resa possibile dal Web il computer è diventato un mass medium: con i siti web è possibile proporre e trasmettere a un grande numero di riceventi lo stesso messaggio. A caratterizzare storicamente i mass media è l’accesso limitato alla produzione comunicativa: la massa dei soggetti riceventi non ha possibilità di influenzare le caratteristiche e i contenuti dei messaggi trasmessi, che sono invece definiti da un’élite di professionisti, spesso sotto il controllo diretto o indiretto del potere politico ed economico. E lo stesso vale per il Web: la storia di Internet mostra come i contenuti dei siti più popolari siano definiti dagli stessi colossi che controllano l’editoria e/o la televisione. Con il «Web 2.0» improvvisamente questa situazione cambia: anche l’utente comune di Internet può creare e condividere contenuti comunicativi”4.

Il contesto sociale che si presenta nel mondo dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 a New York-USA cambierà molto la realizzazione e la partecipazione degli utenti del web. Si passa da una realizzazione passiva-controllata ad una partecipazione attiva-collaborativa-condivisa. Si scopre una nuova forma di interagire tra gli utenti. Con la nascita del Web 2.0 cambia la possibilità di partecipare da parte delle persone. Nascono i blog; alcuni si sono azzardati a chiamare questo momento “un periodo di partecipazione”. Comincia a rafforzarsi ciò che gli esperti hanno chiamato comunità virtuale.

Questa comunità virtuale, dice Rheingold, “è come un ecosistema di sottoculture e gruppi spontaneamente costituiti che si potrebbero paragonare a un coltura di microorganismi che crescono in un laboratorio e dove ognuno è come un esperimento sociale che nessuno aveva pianificato e che tuttavia si produce. La comunicazione immediata, per esempio, con persone di altri paesi e culture può contenere un potenziale di costante rettificazione delle costruzioni mentali dell’opinione pubblica e delle versioni ufficiali dell’informazione in ogni ambito. Si sta avvicinando una società universale in un fluido interscambio di idee, progetti, di consigli, di aiuti, in difficoltà emozionali o dove le persone più lontane possono semplicemente divertirsi insieme.”5. Però, per sapere, cosa sia realmente una comunità virtuale, secondo José Antonio Gallego Vásquez è molto importante aver chiaro quale sia la differenza tra le reti social e le comunità virtuali; egli afferma, facendo do uso di una sincera comparazione: “le reti sociali sono il veicolo, il luogo di incontro, attorno al quale la gente si riunisce. Sono centrate sulla persona o la impresa, che va creando la sua propria rete. Però molto più importanti e forse meno valutate sono, a mio giudizio, le comunità (virtuali). Chi cambia il mondo, chi crea valori, sono nelle comunità (virtuali) … le reti sociali sono la chitarra, le comunità sono le mani del chitarrista. Le comunità sono la chiave del successo o del fallimento, possono innalzare un’impresa sugli altari o fagli passare il peggiore degli inferni, benché siano essenzialmente una forza creativa di dimensioni colossali”6.

All’interno di tutto questo, il Web 2.0 cosa è? di cosa stiamo parlando? Così, “quando cerchiamo di chiarire la definizione di web 2.0, non possiamo parlare di una definizione ufficiale e consensuale tra gli esperti; si parla piuttosto di una tendenza, di una evoluzione nella quale le pagine web già non sono dei contenuti statici (ciò che si conosceva come web 1.0) senza possibilità per l’internauta di interagire con loro, mentre oggi si rende possibile la creazione e la pubblicazione di contenuti su internet, la cui principale caratteristica, potremmo dire, si basa su una comunicazione aperta, dando la possibilità di condividere, di cambiare e di creare per tutti questo contenuto […], al giorno d’oggi si può dire che sei un grande “esperto” del web 2.0, dal momento che passi ore e ore su Facebook condividendo e commentando una moltitudine di connessioni […]; al giorno d’oggi praticamente tutto il mondo usa questo concetto di web 2.0, per questo si può dire che si è convertito in una tendenza del concetto che avevamo prima delle pagine web. Grazie all’ingegno di alcuni come nella creazione di imprese come Facebook, Twitter, WordPress, Blogger, Amazon, Ebay, Google… noi, gli utenti. Passiamo dall’essere spettatori ad essere protagonisti, per cui possiamo plasmare i nostri pensieri, le nostre inquietudini, necessità, ecc.”7

UN APPROCCIO DELLA SOCIALITÀ IN RETE

In realtà sono molti gli autori che parlano su questo argomento. Vorrei basarmi sul libro che ho scelto per approfondire il corso di Comunicazione via Internet.

“Lo strumento del Web 2.0 che ha maggiormente permesso ai suoi utenti la creazione di contenuti sono i blog (abbreviazione di weblog). In pratica possiamo considerare i blog come i «padri» dei social network, […] ogni informazione pubblicata può essere commentata, avviando discussioni sugli argomenti trattati”8

Gli anni son passati velocemente e, con essi, lo sviluppo e l’evoluzione dei social network. Una cosa di questo processo che mi richiama l’attenzione è la crescente attenzione che viene riservata al blog come strumento per esprimere la propria idea, il proprio pensiero e pertanto la propria identità. È meraviglioso sapere che si è creato uno spazio per interagire, uno “spazio virtuale” che permette e da la possibilità di comunicare con altri. Questa è la più importante caratteristica che si può notare: la comunicazione che si ottiene crea un canale di prossimità, di analisi e di interrelazione. Il primo servizio meeting online è http://www.sixdegrees.com . Poi arriva http://www.ryze.com, considerato il primo social network, perché stato pensato anche per un ambito commerciale e professionale. In seguito con l’arrivo di numerosi social network, han potuto resisterne solo tre che si sono velocemente globalizzati: MySpace (2003), Facebook (2004) y Twitter (2006), conseguendo questi una nuova modalità di relazione: l’amicizia. Notiamo come, a questo proposito Riva afferma che “non solo l’uso dei social network per scopi promozionali e commerciali ha trasformato l’«amicizia» da un indicatore di relazione sociale a un indicatore di status sociale. Ciò ha spinto gli utenti a cercare relazioni di «amicizia» anche con perfetti sconosciuti e obbligato i social network a porre un limite al numero di «amici»”9. Però, se osserviamo la “comunità virtuale” da un altro angolo visuale, benché non tutti siano uguali, la discussione si pone sul piano sociale, psicologico in relazione ad altre scienze che hanno cominciato a studiare il fenomeno dalla loro propria tribuna. Per alcuni, il problema maggiore è quello della identità, per altri quello dell’appartenenza; tuttavia, oltre che guardarlo dal punto di vista affettivo, emozionale e conoscitivo, questo fenomeno evidenzia un insieme di situazioni e modi di vita di cui l’utente è privo e crede di incontrale in questo “piccolo mondo”, come oggi lo afferma la scienza delle reti. Quando la persona ha perso la sensibilità di guardare a chi le sta intorno e cosa gli sta succedendo realmente, affrontando la realtà così come è, possiamo azzardarci di affermare che si tratta di un problema più che esistenziale, di riconoscersi un essere umano che abita in un mondo reale che attende il contributo di tutti ottenere veri scambi con veri processi e non una vita virtuale che solo esiste in uno spazio e in un tempo piccoli quando accendo il computer o un dispositivo mobile che ora è alla portato quasi di tutti. Dico quasi perché c’è una buona parte della popolazione mondiale che tuttavia non ha avuto contatto con questa realtà virtuale. Esistono popoli che; nella loro vulnerabilità, sono esposti al fatto che un giorno arrivi tra le loro mani questa forma di vedere il mondo e quanto succede una società che si comporta in un modo individuale e debole: “un insieme di soggetti che si incontrano per motivi occasionali o strumentali e si accordano per rispettare una serie di principi comuni”10, dove l’unica cosa che conta è questa capacità di rispettare gli accordi stabiliti.

Nel 1961, secondo Riva, l’inglese W.R. Bion ha evidenziato: “come all’interno delle reti sociali gli individui sperimentino due tipi di attività e di stati mentali distinti. Il primo, di tipo razionale, è collegato al raggiungimento di obiettivi concreti e si manifesta attraverso la cooperazione volontaria in vista di un resultato; il secondo, di tipo inconsapevole, include stati emotivi molto regressivi attraverso i quali i soggetti perdono parte della propria identità e acquistano il sentimento di appartenenza al gruppo”11. Mi resulta preocupante che già da 50 anni si vedeva arrivare improvvisamente questo fenómeno sulla popolazione che sta ogni giorno preoccupata di quanto sucede nel mondo ma senza sapere cosa fare quando questa realtà ti prende senza sapere, perché non ci hanno insegnato e nemmeno detto come uscire da questo “piccolo mondo” creato in qualche modo per controllare la vita, i tempi, gli spazi e compresa anche la identità e l’intimità che ogni persona deve invece custodire come un valore.
Quando la comunità virtuale riesce a creare nella mente degli utenti un vincolo permanente, dove i vincoli di sangue, la amicizia o la vera vicinanza rimangono in secondo piano, si è riusciti a strappare la persona concreta dalla sua vera realtà che la circonda e che probabilmente non desidera affrontare. In questo punto dissento, non sono d’accordo con Rivas quando afferma che “la volontà comunitaria implica concordia e comprensione […] La comprensione richiede conoscenza reciproca, che è il frutto della partecipazione alla vita comune. All’interno della comunità, i rapporti non sono strutturati in termini di ruoli specializzati, ma i membri partecipano alle attività con la totalità del loro essere”12. La comunità virtuale non è una comunità normale, benché il protocollo della comunicazione funzioni e i mezzi di gestione intorno a internet metano a disposizione del gruppo degli utenti tutti i mezzi per fare credere che il ruolo che ognuno s volge nella comunità è un ruolo effettivo per tutti. La comunicazione – davanti ad un computer – continuerà ad essere povera, carente di elementi propri della comunicazione umana; così lo affermano a metà degli anni Ottanta le sociologhe americane Sproull e Kisler, “il punto de partenza è la considerazione che la comunicazione mediata da computer manca degli elementi metalinguistici propri della conversazione faccia a faccia”13.

Non si può negare che le comunità si radunino o discutano temi senza necessità di avere una presenza fisica; basta solo farlo con video-conferenze on line, presentazioni on line, chat, ecc.… la maggioranza pensa che tutto questo permette che le comunità virtuali siano più dinamiche delle normali. Inoltre permettono che utenti di differenti località geografiche si riuniscano in uno stesso “spazio” senza necessità di spostamenti, risparmiando tempo e costi. La cosa certa è che si tratta di una forma di comunicazione che continuerà ad essere analizzata sempre più.

CONCLUSIONI

Concordo con Riva quando dice che “grazie alla digitalizzazione, il computer si è prima trasformato in una macchina da scrivere avanzata, per poi diventare – grazie a Internet – uno strumento di comunicazione. Dall’esperienza testuale dell’e-mail, si è passati alla multimedialità del Web, che ha reso Internet un mezzo di comunicazione di massa”14, sebbene questo risultato di mediare, di comunicare non esprima chiaramente la realtà, perché la realtà virtuale si ferma lì, nella bacheca; lo stesso succede con il valore dell’amicizia che veramente non esiste come tale.

Come utente mi rendo conto che esiste un certo dibattito sociale sulle comunità virtuali. Faccio un invito a tutti gli utenti a sottolineare soprattutto gli errori delle applicazioni che facciamo quando usiamo una comunità virtuale o qualche forma di comunicazione per Internet. La nostra attuazione dipenderà dall’uso corretto dei media. Occorre lavorare di più in questo campo; mancano i professionisti nella formazione della coscienza critica.
Vorrei applicare questa conclusione descritta da Colombo: “L’attore umano, saldamente implicato nella comunicazione mediatica, può guardarsi e interpretarsi, e sulla base della propria lettura può scegliere di operare in un senso o nell’altro: verso l’adeguamento all’offerta, verso il suo rifiuto o anche verso una qualche forma di torsione personalizzata. Questo, forse, spiega ciò che abbiamo chiamato l’intrinseco dinamismo dei media, che possono invadere l’universo vitale dei soggetti, ma non possono esistere senza di essi”15.

BIBLIOGRAFIA

Colombo, F. [2006], Introduzione allo studio dei media. I mezzi di comunicazione fra tecnologia e cultura, Roma, Carocci, 5° ed., pp.133
Rheingold, H. [1996], La comunidad virtual. Una sociedad sin fronteras, Madrid, Gedisa, pp. 384
Riva, G. [2010], I social network, Bologna, Il Mulino, pp. 62
I siti web:
http://www.casadellibro.com/libro-la-comunidad-virtual-una-sociedad-sin-fronteras/9788474325621/542034
http://es.scribd.com/doc/144863981/Comunidades-Virtuales-y-Redes-Sociales
http://comenzandodecero.com/definicion-de-web-2-0

NOTAS A PIE:

1 Howard RHEINGOLD, La comunidad virtual. Una sociedad sin fronteras, Madrid, Gedisa, 1996, 384
2 Giuseppe RIVA, I social network, Bologna, Il Mulino, 2010, 62
3 RIVA, I social network, 63
4 RIVA, I social network, 70

5 Howard RHEINGOLD, La comunidad virtual. Una sociedad sin fronteras, en la siguiente dirección http://www.casadellibro.com/libro-la-comunidad-virtual-una-sociedad-sin-fronteras/9788474325621/542034
6 Libro de José Antonio Gallegos Vásquez en la siguiente dirección http://es.scribd.com/doc/144863981/Comunidades-Virtuales-y-Redes-Sociales
7 “Definición de Web 2.0 y su evolución hacia Web 3.0.”: en la siguiente dirección http://comenzandodecero.com/definicion-de-web-2-0/

8 RIVA, I social network, 73
9 RIVA, I social network, 93

10 RIVA, I social network, 99
11 RIVA, I social network, 97
12 RIVA, I social network, 99
13 RIVA, I social network, 101

14 RIVA, I social network, 95
15 Fausto COLOMBO, Introduzione allo studio dei media. I mezzi di comunicazione fra tecnología e cultura, Roma, Carocci, 2006, 133

Rumble in the jungle

Could Peru’s uncontacted Amazonian tribes be wiped out by oil giants? Not if they don’t exist … Rory Carroll investigates

Saturday 4 July 2009

http://www.theguardian.com/environment/2009/jul/04/peru-amazon-rainforest-conservation

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Stand on the muddy riverbank at Copal Urco just before dawn and it is easy to see why the Amazon breeds legends. The vast river swishes past, almost invisible in the gloom. Insect and animal noises seep from the dense blackness of the forest. The day barely begun and already humid. As the sun rises the blackness recedes, revealing massive, tightly packed trees. Even when the light hardens it fails to penetrate far inside the jungle. The foliage is too thick, a wall sealing off an impenetrable realm.

Here is where fables begin. Anacondas the length of 10 men; ancient stone cities filled with treasure; spirits who answer a whistle; white tribes descended from conquistador shipwrecks. The stories have tantalised for centuries but the one that endures is that of uncontacted tribes – isolated communities of nomads who live deep in the forest much as their ancestors have done for millennia, cut off from the modern world.

To the village of Copal Urco, home to a few hundred indigenous Kichwa farmers and fishermen near Peru’s border with Ecuador, uncontacted tribes are no myth. They themselves were uncontacted once, until European missionaries and soldiers sailed up their river, and they say such groups still live deeper in their forest. Some are thought to have had brief contact with outsiders decades ago during the rubber boom but then, frightened or repulsed, retreated. They have mostly covered their tracks since, says Roger Yume, 38, the village apu, or chief. “We have seen the signs.” Footprints, tracks through foliage, occasional glimpses of fleeting figures – there is no doubt. “They exist. Our brothers exist.”

Not everyone agrees. The existence of uncontacted tribes in Brazil and Ecuador is accepted, but Peru’s government has ridiculed the notion of such communities in its part of the Amazon. President Alan Garcia says the “figure of the jungle native” is a ruse to prevent oil exploration. Daniel Saba, former head of the state oil company, is even more scornful. “It’s absurd to say there are uncontacted peoples when no one has seen them. So, who are these uncontacted tribes people are talking about?”

It is an urgent question. Peru, home to 70m hectares of Amazon, second in size only to Brazil, has parcelled up almost three-quarters of its rainforest for oil and gas projects. Of 64 exploration blocks, known as lots, all but eight have been created since 2004. “The Peruvian Amazon is now experiencing a huge wave of hydrocarbon exploration,” says Matt Finer, co-author of a study of oil and gas projects in the western Amazon by Duke University and Save America’s Forests.

Oil extraction is not subtle. It involves helicopters, barges, road clearance, drilling platforms, wells and pipelines. Technology is cleaner than before but still pollutes waterways and frightens game. And the workers still bring germs, which threaten tribes with no immunity to outsiders’ diseases. Flu and other ailments brought by conquistadors wiped out much of Latin America’s indigenous population, and more recent interlopers – loggers, missionaries, scientists and journalists – have wrought deadly consequences in isolated communities. After incursions by oil men into Nahua territory in the 1980s, more than half the tribe reportedly died. “If companies go in, it’s likely to destroy the Indians completely and then they really won’t exist,” says Stephen Corry of the advocacy group Survival International.

Even oil companies admit their presence would have serious implications for uncontacted tribes. The question is: are there any? If so, by law, the exploration should be halted or at least heavily circumscribed. That would impede Peru’s hopes of becoming a net oil exporter – a windfall that could go a long way in an impoverished nation of 28m. Social anthropologists say that would be a small price for preserving humanity’s rich mosaic.

The frontline of this existential battle is Lot 67. A swath of jungle in the Maranon basin in north-east Peru, it comprises the Paiche, Dorado and Pirana oilfields, which contain an estimated 300m barrels – a geological and commercial jackpot. An Anglo-French company, Perenco, holds exclusive rights. It plans to spend $2bn – the country’s biggest investment – drilling 100 wells from 10 platforms. The crude will be shipped and piped 600 miles to the Pacific coast. Extensive seismic testing has been conducted and installations built. Barges await the first barrels.

To settled indigenous communities such as Copal Urco, this spells death to their “hidden brothers”. They say there are three uncontacted tribes in Perenco’s area, the Pananujuri, Taromenane and Trashumancia. Peru’s indigenous umbrella group, Aidesep, estimates their joint population at 100. Stories about sightings are passed up and down the Napo river. Denis Nantip, 22, says his uncle encountered one group in 2004. “He was deep in the forest with a logger. They were bathing in the river and suddenly saw people staring at them. They had spears and leaves with string covering their genitals.” The two intruders were left unharmed but loggers never dared venture back to that part of the forest.

Perenco, echoing Peru’s government, dismisses these claims as rumour and misinformation by groups opposed to economic development. “This is similar to the Loch Ness monster. Much talk but never any evidence,” says Rodrigo Marquez, Perenco’s Latin American regional manager. “We have done very detailed studies to ascertain if there are uncontacted tribes because that would be a very serious matter. The evidence is nonexistent.”

A team of investigators – anthropologists, biologists, linguists, historians, archaeologists, forestry engineers – combed Lot 67. They looked for footprints, dwellings and spears. They looked for animal traps, paths, patches of cultivation. They asked the Arabella tribe, which has been in intermittent contact with the outside world since the 1940s, about recent sightings or evidence. They analysed Arabella speech patterns and oral histories for clues. Result: nothing. No compelling evidence, no compelling indications. The 137-page final report concludes that if there were uncontacted tribes, they were long gone, either dead or in Ecuador. The findings opened Lot 67 to an oil deal which the government declared to be in the national interest. “All these studies have shown there is no trace at all,” Marquez says.

Not everyone is convinced, however. Tracking uncontacted tribes, it turns out, is a detective story within a detective story.

P1020231Iquitos, reputedly the world’s largest town inaccessible by road, is a sultry, humid outgrowth of the rubber boom, a bustle of oil men, backpackers, missionaries, traders and prostitutes perched by the Amazon river. By the docks, on Avenida La Marina, there is an office stencilled with the word Daimi and a rainbow logo. It is a consultancy that carries out environmental impact assessments (EIAs) for oil companies, a mandatory requirement for government authorisation to explore and drill. They can make or break a company’s bid to drill, and shape the regulations under which they operate. Daimi, plucking scientists from different institutions, has done studies for eight companies besides Perenco, including Argentina’s Pluspetrol, Brazil’s Petrobras, Canada’s Hunt, Spain’s Repsol and the US’s Oxy.

Oil companies pay for EIAs and insist that the reports are independent and impartial. Within the NGO and academic community, there are some who have long claimed they are not. But there is nothing concrete, and it is difficult to investigate since even those with university tenure often rely on EIA commissions to supplement meagre salaries.

Virginia Montoya sits in her office, maps and books piled on her desk, and lets the question hang in the air. The silence stretches to a few seconds. She is a director of the Institution for Research on the Peruvian Amazon, a senior anthropologist and champion of indigenous women’s rights. She was also a consultant on Daimi’s report. Does she think there are uncontacted tribes in Lot 67? Montoya fidgets, then takes a decision. “Yes. Yes, I do.” She hesitates once more. “There is no doubt in my mind that there are uncontacted groups there.” She says she had documented evidence, especially pathways. “I was really upset when I saw the final report. It didn’t lie, the language was technically correct, but it did not reflect my view.”

On the other side of Iquitos, on a rutted road of colourfully painted houses, there is the same long pause before Teudulio Grandez answers the same question. An anthropology professor at the National University of the Peruvian Amazon, he was cited as a lead author in the Daimi report. A portrait of Che Guevara looks down from the wall as he wrestles with his answer. Finally, it comes out. “Yes. Certain nomadic groups are there. Our conclusion is that there are.” He exhales deeply.

And then, in another part of Iquitos, a third voice. Lino Noriega, a forestry engineer, participated in eight missions to Lot 67 to investigate the impact of seismic tests – small explosions that cleared strips of forest and probed the soil. (He has since left Daimi following a contractual dispute.) “They said there were no uncontacted groups. But there were footprints, signs of dwellings.”

There is no single smoking gun in the three testimonies. The allegations were put to Daimi, but they were unable to put forward anyone to respond. Perenco’s regional manager, Marquez, defends the EIA research. “These are just opinions. These scientists need to produce evidence. We have gone to tremendous effort to put these reports together in the most professional way. It’s easy to build conspiracy theories.”

EIAs are vetted by several government departments. “We are committed to environmental protection. We don’t want these reports to be wishy-washy,” says the foreign minister, Jose Antonio Garcia Belaunde. He promises to look into the Lot 67 allegations.

Critics say the environment ministry has little clout against more powerful departments driving the oil rush. Peru’s government is not impartial and does not encourage genuinely independent EIAs, says Jose Luis de la Bastida, a Peru oil specialist at the Washington-based World Resources Institute. Last year the energy minister and head of state oil company PetroPeru resigned amid a scandal over alleged kickbacks from a Norwegian oil company to the ruling party. They denied any wrongdoing. There is also unease over the revolving door between oil companies and government. “A lot of overlap, it’s an old boys’ network,” says Gregor MacLennan of advocacy group Amazon Watch.

Lima is, and feels, a long way from the Amazon. A sprawling coastal capital of eight million people ringed by slums, its downtown has Starbucks, shiny skyscrapers, smart government offices and some of South America’s best restaurants. Historically it has looked outwards to the Pacific ocean and seldom thought about the 300,000 dark-skinned “nativo” forest-dwellers, little more than 1% of the population. It has had even less reason to ponder uncontacted tribes. There was little dissent last year when President Garcia decreed laws carving up the Amazon for oil, gas, mining and biofuel projects.

The “nativos”, however, rose up. Scattered, impoverished and marginalised, they organised protests against what they said were land-grabbing polluters who poisoned their soil and rivers. They blocked pipelines, roads and waterways. The president denounced them as “ignorant” saboteurs and last month ordered security forces to lift the blockades. In the town of Bagua, mayhem erupted. Officially, 24 police and 11 protesters died. Indigenous groups say there were dozens if not hundreds of civilian casualties and that bodies were burned and dumped in rivers – claims the government denies.

Garcia, realising he had misjudged indigenous wrath and strength, revoked two of the most controversial decrees, 1090 and 1064, which would have opened the Amazon to biofuel plantations. Indigenous groups suspended the protests but oil and gas projects are still going ahead. “The future scenario remains terrifying. The Peruvian Amazon is still blanketed in concessions,” says Finer, co-author of the Duke study.

There are two views about what happens next. Brother Paul McAuley, a British Catholic lay missionary, teacher and pro-indigenous activist in Iquitos, believes a flame of resistance has been lit. He sees it in his civil association, Red Ambiental Loretana. Indigenous communities are organising, plotting their next move. “I think they’re going to win this.” The 61-year-old’s mild manner belies a combative streak which has earned him death threats and a “terrorist” label from pro-government media. Had he not already given it away, he would have returned his MBE (for services to education in Peru) in protest at what he sees as Britain’s complicity. He hopes the Amazon’s “spiritual force” will mobilise western public opinion against the oil companies. “More than its oil, what the west needs is the Amazon’s spiritual energy.”

The fatalistic view holds that it’ll take a miracle, divine or otherwise, to stop the drilling. Wells are being dug, pipelines laid, profits calculated. Oil companies and the Peruvian government are committed – especially to the great prize that is Lot 67. Jack MacCarthy, a US surgeon and Catholic missionary who has spent 23 years in the jungle, believes the die is cast. “If Perenco doesn’t drill, someone else will. I don’t think there’s any way to keep that oil in the ground. There are enough powerful and rich people in the world who want it. And they’ll get it, regardless of the cost.”

In which case, if there are uncontacted tribes in Lot 67, their fate may be to disappear – definitively – and join the legends of the Amazon.

See Rory Carroll and Marc de Jersey’s film about the Peruvian Amazon atguardian.co.uk/video