Sinodo Amazzonico del 2019. I Salesiani si preparano

di Roberto Carrasco, OMI

I popoli dell’Amazzonia chiedono più attenzione da parte della Chiesa e anche dei governi. Come Università Pontificia vogliamo contribuire a questo discernimento

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Nella Facoltà di Teologia della Università Pontificia Salesiana di Roma, giovedì 11 ottobre, si è svolto il “Seminario sull’Amazzonia. Contraddizioni, lacerazioni e profetismo. Uno sguardo verso il Sinodo dei vescovi 2019”. Evento che aveva l’obiettivo d’introdurre la famiglia salesiana in questo cammino di riflessione.

«Ovviamente quando si tratta dell’argomento Amazzonia è in gioco anche il lavoro della Chiesa: non si tratta soltanto della biodiversità, della diversità di culture, ma soprattutto dello scopo della presenza della Chiesa in quel contesto», ci ha spiegato il professor Damásio Medeiros SDB, Decano della Facoltà di Teología, spiegando la volontà dell’Università d’approfondire quest’argomento. «Poi ci sarà una seconda fase, fra un mese proprio a Manaos, nel centro dell’Amazzonia, con i missionari salesiani che lavorano in quel contesto, insieme a diversi vescovi, studiosi e ricercatori per approffondire anche il tema del Sinodo. E all’inizio del mese di febbraio è già programmato – da parte della nostra Facoltà insieme al Dicasterio della Missione – un Convegno Internazionale, in cui vogliamo ascoltare anche la leadership comunitaria, eclesiale e anche del mondo accademico. Verrano dell’America Latina a condividere questa realtà ricca per la Chiesa, ma sopratutto per i popoli che vivono lì e per tutto il mondo».

Ma come coinvolgere tutto l’ateneo in questo percorso? «In occasione del Convegno Internazionale di febbraio, i docenti della diverse facoltà saranno chiamati a intervenire, a colaborare, a offrire il proprio contributo a questa riflesione, sopratutto del punto di vista dell’educazione e della comunicazione», così come sta già facendo la Rete Ecclesiale Panamazzonica–REPAM, ha sottolineato il professor Medeiros.

Un altro relatore, il professor Antonino Colajanni SDB ha detto che «quasi tutti gli ordini religiosi si stanno concentrando nella preparazione del Sinodo. L’esperienza della foresta è un’esperienza fondamentale perché ci fa tornare a una visione integrale e globale dell’uomo come membro di una comunità, ma in un contesto ambientale».

Don Juan Bottasso SDB, mentre parlava di avere una visione integrale della Amazzonia, ha presentato una proposta ai figli di Don Bosco: «I salesiani possono presentare al Sinodo due grandi icone, due grandi simboli, due paradigmi di quello che può essere l’azione tra gli indigeni: padre Rodolfo Lunkenbein SDB – martire salesiano in Brasile – che coscientemente, sotto minaccia, sapendo a che cosa si esponeva, è andato, pieno di vita e di gioventù, incontro alla morte per difendere il territorio. L’altro grande, padre Luis Bolla SDB – padre Yánkuam’, missionario salesiano tra il popolo indigeno Achuar in Equador e Perù –, ottanta anni condividendo la vita di un popolo che è sempre stato definito selvaggio, ma di cui diceva: “il popolo più nobile che ho conosciuto in vita mia”. Li ammirava tanto». «Non è andato là dicendo “poveri selvaggi, mi sacrifico per insegnare qualcosa”, ma piuttosto dicendo: “voi sapete tante cose, avete molto da insegarme a me. Però la vostra cultura non è perfetta. Vengo a camminare in mezzo a voi, con voi, perchè l’assedio che vi circunda è terribile, voglio accompagnarvi. Lo ha chiesto come un favore. Non è il missionario che va come un padrone, che va a dettare legge, che va cambiare i costumi. È il missionario che va imparare, a scoprire il perchè di certe forme culturali, con amore, con allegria», ha detto il direttore dell’Archivio Storico dell’Inspectoria Salesiana Corazón de Jesús dell’Ecuador.

P. Yánkuam SDB – 14 volumi della sua vita missionaria

di Roberto Carrasco, OMI

Come parte dello stage giornalistico vissuto a Quito/Ecuador tra luglio ed agosto scorso, ho potuto visitare don Juan Bottasso SDB, direttore dell’Archivio Storico Salesiano in Ecuador. Con lui ho avuto l’anno scorso un bellissimo dialogo sulla vita e la testimonianza del P. Luigi Bolla, missionario salesiano tra gli Achuar dell’Ecuador e Perù, molto conosciuto come Yánkuam. Sensa dubbio, era un eccezionale maestro della missione tra i popoli indigeni nell’Amazzonia e un vero paradigma del dialogo interculturale.

Yánkuam: Un missionario che ha avuto, con grande spontaneità e rispettando specialmente la cultura, una meravigliosa e particolare esperienza missionaria acculturando il Vangelo nella realtà dei popoli della Amazzonia.

Per più di 40 anni che P. Luigi Bolla documentó con molta pazienza la vita, le illusioni e la gioia della sua vita tra gli Achuar; fu un missionario che spesso ha raccontato la sua vita e contatto con il popolo ecuadoriano e peruviano in questa parte dell’Amazzonia.

Come risultato di questo sforzo e di questa testimonianza inestimabile, don Juan Bottasso SDB ha potuto raccogliere tutti gli scritti che compongono quattordici volumi pubblicati nel luglio scorso.

Ogni volume contiene un numero notevole di pagine che danno un vero contributo tanto alla Missiologia come alla Comunicazione Interculturale.

Foto: materiale che don Juan Bottasso mi ha dato affinché diventasse un motivo per leggere e studiare

Il lavoro di P. Yánkuam è anche – infine – il frutto di una missione come dialogo e di una pratica di dialogo profetico che in questo tempo fino oggi rivela un paziente ascolto e una osservazione compassionevole.

Quando ho cominciato a leggere la vita di P. Yánkuam, mi è venuto il desiderio di farne uno dei miei argomenti di ricerca. Come lui, sono pochi missionari che hanno scritto tanto: dizionari, opere etnografiche, traduzioni della Bibbia alla lingua locale; però soprattutto ha scritto il suo diario personale.

Ho questo volume con me. In questi mesi ho cercato la pubblicazione di questi volumi. Grazie mille don Juan Bottasso per affidarmi queste opere.

Penso che in questo contesto del Sinodo della pan Amazzonia che sta aprirsi, la proposta del P. Yánkuam insieme a quella del P. Juan Marcos Coquinche OFM sia veramente un modello che la Chiesa son volto indigeno sta cercando nella Amazzonia.

Stage giornalistico nella REPAM

“Questo tempo nella REPAM è l’inizio di NUOVI CAMMINI oblati come missionario”

di Roberto Carrasco, OMI

Tra luglio ed agosto del 2018 nella città di Quito/Ecuador ho avuto la bella esperienza di fare uno stage (“internship”) giornalistico presso la “Rete Ecclesiale Pan amazzonica – REPAM”. Questa rete è un organismo costituito nel settembre del 2014 a Brasilia con l’obiettivo di collegare il lavoro che Chiesa sta facendo in tutti i Paesi che compongono l’Amazzonia. Si tratta di rispondere alle grandi sfide che ha la Chiesa cattolica presente in queste terre dell’America Latina. Questa rete nasce come una risposta alla ricerca che la Chiesa sta attuando nella evangelizzazione tra i popoli che abitano questa immensa regione del mondo.

 

Vari momenti vissuti con la REPAM

Nella Lettera Enciclica “Laudato Si’”, la REPAM ha trovato una sufficiente motivazione per articolare il lavoro missionario della Chiesa in temi come: promozione dei diritti umani, alternative di sviluppo, comunicazione, ricerca, etc. È una iniziativa ecclesiale nata nell’Amazzonia per proteggere il creato e coloro che lo abitano. «La REPAM – afferma il cardinale Peter Turkson, Prefetto del dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede – è concepita per farsi uno strumento che serve in diversi gamme, come la giustizia, la legalità, la promozione e tutela dei diritti umani, la cooperazione tra Chiesa ed istituzioni pubbliche in diversi livelli, la prevenzione dei conflitti, lo studio e diffusione dell’informazione, lo sviluppo economico inclusivo ed equo, l’utilizzo responsabile e solidale delle risorse naturali, nel rispetto della Creazione, la preservazione delle culture e dei modi di vita tradizionale dei vari popoli».

Grazie al cardinale Pedro Barreto SJ che, orientando le mie preoccupazioni mi incoraggiò a fare la mia pratica professionale nell’area delle comunicazioni della REPAM, ho potuto inserirmi maggiormente nel compito che ha tutto il gruppo di professionisti, laici e missionari, della REPAM fino alla prossima Assemblea speciale dei Vescovi per la Amazzonia, convocata il 15 ottobre 2017 da Papa Francesco e che avrà luogo nell’ottobre del prossimo 2019. Un Sinodo che cerca nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale.

Insieme a Daniela Andrade, responsabile dell’area delle comunicazione della REPAM, mi sono unito agli sforzi e lavori in vista della campagna internazionale per “Amazzonizare” la Chiesa, sviluppando dei contenuti di comunicazione, preparando messaggi che spingano alla consapevolezza e alla comprensione dei temi del documento preparatorio per il sinodo pan amazzonico del 2019. Si sono anche enucleate delle strategie per pianificazione e impostazioni che si elaborano in ogni Assemblea territoriale come parte di questo processo pre-sinodale; in queste assemblee vi è la partecipazione di vescovi, sacerdoti, missionari, suore, laici, popoli indigeni, organizzazioni civili ed istituzioni che si preoccupano della situazione di tutta la pan Amazzonia.

Percorrere i vicariati apostolici di Puyo, Tena, Napo, Méndez, Zamora, Aguarico e Sucumbíos nell’Amazzonia ecuadoriana, facendo interviste, reportage e cronache, scambiando esperienze formative, sia con operatori di pastorale della comunicazione sia con la popolazione che abita in terre amazzoniche, mi ha permesso di impegnarmi di più nel compito che Papa Francesco ha chiesto alla Chiesa nel giorno in cui ha convocato l’Assemblea speciale dei Vescovi per la Amazzonia del 2019: «Scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta».

Senza dubbio, per me come missionario, questo tempo trascorso alla REPAM è l’inizio di NUOVI CAMMINI per gli Oblati.

Roma, 29 de settembre 2018.

Il grido angosciato della terra

di Roberto Carrasco, OMI

IMG_1756Nel contesto della Conferenza internazionale in ocasione del terzo anniversario della enciclica «Laudato si’, fatta nella Città del Vaticano, 5-6 luglio 2018.

Dò a tutti voi il mio benvenuto, in occasione della Conferenza Internazionale convocata nel terzo anniversario della pubblicazione della Lettera Enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune. Vorrei salutare in maniera speciale Sua Eminenza, l’Arcivescovo Zizioulas, perché è stato lui, con il Cardinale Turkson, a presentare, tutti e due insieme, l’Enciclica, tre anni fa. Vi ringrazio di esservi riuniti per «ascoltare col cuore» le grida sempre più angoscianti della terra e dei suoi poveri in cerca di aiuto e responsabilità, e per testimoniare la grande urgenza di accogliere l’appello dell’Enciclica ad un cambiamento, ad una c o n v e r s i o n e ecologica. La vostra è la testimonianza per l’impegno non differibile ad agire concretamente per salvare la Terra e la vita su di essa, partendo dall’assunto che «ogni cosa è connessa», concetto-guida dell’Enciclica, alla base dell’ecologia integrale.

Anche in questa prospettiva possiamo leggere la chiamata che Francesco d’Assisi ricevette dal Signore nella chiesetta di San Damiano: «Va ’, ripara la mia casa, che, come vedi, è tutta in rovina». Oggi, anche la «casa comune» che è il nostro pianeta ha urgente bisogno di essere riparato e assicurato per un futuro sostenibile.

Negli ultimi decenni, la comunità scientifica ha elaborato in tal senso valutazioni sempre più accurate. «Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le possibilità del pianeta, in maniera tale che lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo periodicamente in diverse regioni» (Enc. Laudato si’, 161). C’è il pericolo reale di lasciare alle generazioni future macerie, deserti e sporcizia. Auspico pertanto che questa preoccupazione per lo stato della nostra casa comune si traduca in un’azione organica e concertata di ecologia integrale. … A questo proposito, è significativo che la vostra discussione riguardi anche alcuni eventi-chiave dell’anno in corso.

Il Vertice COP24 sul clima, programmato a Katowice (Polonia) nel dicembre prossimo, può essere una pietra miliare nel cammino Il grido angosciato della terra tracciato dall’Accordo di Parigi del 2015. Tutti sappiamo che molto deve essere fatto per l’attuazione di quell’Accordo. Tutti i governi dovrebbero sforzarsi di onorare gli impegni assunti a Parigi per evitare le peggiori conseguenze della crisi climatica… Non possiamo permetterci di perdere tempo in questo processo.

Oltre agli Stati, altri attori sono interpellati: autorità locali, gruppi della società civile, istituzioni economiche e religiose possono favorire la cultura e la prassi ecologica integrale.

Auspico che eventi quali, ad esempio, il Summit sull’azione globale per il clima, in programma dal 12 al 14 settembre a San Francisco, offrano risposte adeguate, col sostegno di gruppi di pressione di cittadini in ogni parte del mondo…

Anche le istituzioni finanziarie hanno un importante ruolo da giocare, come parte sia del problema sia della sua soluzione. È necessario uno spostamento del paradigma finanziario al fine di promuovere lo sviluppo umano integrale. Le Organizzazioni internazionali, come ad esempio il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, possono favorire riforme efficaci per uno sviluppo più inclusivo e sostenibile… Tutte queste azioni presuppongono una trasformazione a un livello più profondo, cioè un cambiamento dei cuori, un cambiamento delle coscienze… E in questo le religioni, in particolare le Chiese cristiane, hanno un ruolo-chiave da giocare. La Giornata di Preghiera per il Creato e le iniziative ad essa connesse, iniziate in seno alla Chiesa Ortodossa, si vanno diffondendo nelle comunità cristiane in ogni parte del mondo.

Infine, il confronto e l’impegno per la nostra casa comune deve riservare uno spazio speciale a due gruppi di persone che sono in prima linea nella sfida ecologica integrale e che saranno al centro dei due prossimi Sinodi della Chiesa Cattolica: i giovani e i popoli indigeni, in modo speciale quelli dell’Amazzonia… Sono i giovani che dovranno affrontare le conseguenze dell’attuale crisi ambientale e climatica… Dall’altro lato, è triste vedere le terre dei popoli indigeni espropriate e le loro culture calpestate da un atteggiamento predatorio, da nuove forme di colonialismo, alimentate dalla cultura dello spreco e dal consumismo…

Quanto possiamo imparare da loro! Le vite dei popoli indigeni sono una memoria vivente della missione che Dio ha affidato a tutti noi: la protezione della nostra casa comune…

Esprimo la mia sentita gratitudine per il vostro lavoro al servizio della cura del creato e di un futuro migliore per i nostri figli e nipoti. A volte potrebbe sembrare un’impresa troppo ardua, ma san Francesco d’Assisi continui ad ispirarci e a guidarci in questo cammino.

[Ai partecipanti alla Conferenza internazionale sulla «Laudato si’», Sala Clementina, 6 luglio]

FONTE: osservatoreromano.va del 12 luglio 2018

Documento di lavoro – per Sinodo Panamazonico

Questo venerdì 8 giunio sarà disponibile il documento di lavoro per il prossimo Sinodo della Panamazonia che si svolgerà il prossimo ottobre 2019 a Roma.

Insieme cominciamo un processo di lavoro e reflesione sull’Amazonia.

repamPuò guardarlo delle 11:00 ore in questo sito web https://www.vaticannews.va/it.html

Insieme lavoriamo per una Chiesa in uscita dall’Amazonia.

 

Il Vangelo della Panamazzonia

Trenta punti tratti dal suo discorso in occasione dell’incontro con i popoli dell’Amazzonia e con la popolazione a Puerto Maldonado

ABBOZZI PASTORALE PER IL PROSSIMO SINODO PANAMAZZONICO

di Roberto Carrasco, OMI

PERU-POPE-VISIT-INDIGENOUSIl Papa Francesco sta visitando Perù come parte del viaggio apostolico numero 22. E sulla base dal DISCORSO NELL’INCONTRO CON I POPOLI DELL’AMAZZONIA e CON LA POPOLAZIONE, il venerdì, 19 gennaio 2018 a Puerto Maldonado nella reggione Madre de Dios, vorrei abbozare i punti più risaltante che potrebbe aiutare nella preparazione dal Prossimo Sinodo Panamazzonico che si sviluparà a Roma in ottobre dal 2019.

Questi abbozzi pastorale sono una prima lettura di quello che parleremo durante questi prossimi mesi. Mi piacerebbe dire che questi temi sono il prodotto di  tanti anni di lavoro pastorale e acompagnamento che la Chiesa nella Amazzonia ha avuto. Oggi la Rete Eclaesiale Panamazzonica – REPAM come una piattaforma promuove questo dialogo che permette a tutti coloro che si prepara per questo prossimo Sinodo per tutta la Chiesa Cattolica.

Questo sono le parole del Santo Padre Francesco in Perù:

 1.- Ho molto desiderato questo incontro…, nei vostri volti, il riflesso di questa terra. Un volto plurale, di un’infinita varietà e di un’enorme ricchezza biologica, culturale, spirituale.

2.- Abbiamo bisogno della vostra saggezza e delle vostre conoscenze per poterci addentrare, senza distruggerlo, nel tesoro che racchiude questa regione. E risuonano le parole del Signore a Mosè: «Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai, è suolo santo» (Es 3,5).

3.- Un’opzione convinta: La difesa della terra e la difesa delle culture.

4.- L’Amazzonia è una terra disputata su diversi fronti: il neo-estrattivismo e la forte pressione da parte di grandi interessi economici che dirigono la loro avidità sul petrolio, il gas, il legno, l’oro, le monocolture agro-industriali; dall’altra parte, la minaccia contro i vostri territori viene anche dalla perversione di certe politiche che promuovono la “conservazione” della natura senza tenere conto dell’essere umano e, in concreto, di voi fratelli amazzonici che la abitate.

5.- Dobbiamo rompere il paradigma storico che considera l’Amazzonia come una dispensa inesauribile degli Stati senza tener conto dei suoi abitanti.

papa 16.- Considero imprescindibile compiere sforzi per dar vita a spazi istituzionali di rispetto, riconoscimento e dialogo con i popoli nativi; assumendo e riscattando cultura, lingua, tradizioni, diritti e spiritualità.

7.- Un dialogo interculturale in cui voi siate «i principali interlocutori.

8.- Questo “buon agire” è in sintonia con le pratiche del “buon vivere” che scopriamo nella saggezza dei nostri popoli.

9.- Avere cura della casa comune.

10.- La difesa della terra non ha altra finalità che non sia la difesa della vita.

11.- La tratta di persone: in realtà dovremmo parlare di schiavitù.

12.- Alzare la voce per gli scartati e per quelli che soffrono.

13.- L’opzione primordiale per la vita dei più indifesi. Sto pensando ai popoli denominati “Popoli Indigeni in Isolamento Volontario” (PIAV).

14.- Il riconoscimento di questi popoli – che non possono mai essere considerati una minoranza.

15.- La loro visione del cosmo, la loro saggezza hanno molto da insegnare a noi che non apparteniamo alla loro cultura.

16.- Che si implementino politiche sanitarie interculturali.

17.- E come ho affermato nella Laudato si’, una volta di più è necessario alzare la voce sulla pressione che alcuni organismi internazionali fanno su determinati Paesi perché promuovano politiche di sterilizzazione. Queste si accaniscono in modo più incisivo sulle popolazioni aborigene. Sappiamo che in esse si continua a promuovere la sterilizzazione delle donne, a volte senza che esse ne siano avvertite.

18.- La cultura dei nostri popoli è un segno di vita. L’Amazzonia, oltre ad essere una riserva di biodiversità, è anche una riserva culturale che deve essere preservata di fronte ai nuovi colonialismi.

19.- Non lasciarci catturare da colonialismi ideologici mascherati da progresso che a poco a poco entrano e dilapidano identità culturali e stabiliscono un pensiero uniforme, unico… e debole.

Amalia_Ashéninka20.- Che le culture non si perdano è che si mantengano in dinamismo, in costante movimento… Cercate le vostre radici e, nello stesso tempo, aprite gli occhi alla novità, sì… e fate la vostra sintesi.

21.- L’educazione ci aiuta a gettare ponti e a generare una cultura dell’incontro. La scuola e l’educazione dei popoli originari dev’essere una priorità e un impegno dello Stato, impegno integrante e inculturato che assuma, rispetti e integri come un bene di tutta la nazione la loro sapienza ancestrale.

22.- Chiedo ai miei fratelli Vescovi che continuino a promuovere spazi di educazione interculturale e bilingue nelle scuole e negli istituti pedagogici e universitari.

23.- Una nuova antropologia… per rileggere la storia dei loro popoli dalla loro prospettiva.

24.- Abbiamo bisogno di ascoltarvi.

25.- Cari fratelli dell’Amazzonia, quanti missionari e missionarie si sono impegnati con i vostri popoli e hanno difeso le vostre culture! Lo hanno fatto ispirati dal Vangelo.

26.- Ogni cultura e ogni visione del cosmo che accoglie il Vangelo arricchisce la Chiesa con la visione di una nuova sfaccettatura del volto di Cristo. La Chiesa non è aliena dalla vostra problematica e dalla vostra vita, non vuole essere estranea al vostro modo di vivere e di organizzarvi.

27.- Abbiamo bisogno che i popoli originari plasmino culturalmente le Chiese locali amazzoniche.

28.- Aiutate i vostri Vescovi, aiutate i vostri missionari e le vostre missionarie affinché si uniscano a voi, e in questo modo, dialogando con tutti, possano plasmare una Chiesa con un volto Amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno.

29.- I falsi dei, gli idoli dell’avarizia, del denaro, del potere, corrompono tutto. Corrompono la persona e le istituzioni, e distruggono anche la foresta. Gesù diceva che ci sono demoni che, per essere scacciati, richiedono molta preghiera. Questo è uno di quelli. Vi incoraggio a continuare a organizzarvi in movimenti e comunità di ogni tipo per cercare di superare queste situazioni; e anche a far in modo, a partire dalla fede, di organizzarvi come comunità ecclesiali che vivono intorno alla persona di Gesù.

30.-  Con questo spirito ho convocato un Sinodo per l’Amazzonia nell’anno 2019, la cui prima riunione, come Consiglio pre-sinodale, si terrà qui, oggi pomeriggio.

Come un dato storico che si svilupa sull’Amazzonia è che questo incontro è il primo incontro del Papa Francesco con i vescovi representanti di tutta la Panamazonia. Sono arrivati a Puerto Maldonado i vescovi di nove paesi.

Questo primo incontro tracciarà delle linee e temi più urgenti per l’evangelizzazione delle popolazioni indigene. “Il Sinodo sarà un momento forte di riflessione, ricerca di nuove strutture, metodi, modalità ministeriali e  programmazione misionaria per le Chiese della regione nonché l’occasione per stabilire i parametri principali di una pastorale d’insieme, cioè condivisa, e così operare in unità e comunione”, diceva il Cardinale Hummes, arcivescovo di Sao Paolo, chi oggi presiede la Commissione per l’Amazzonia della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile e la Rete eclesiale panamazzonica (REPAM).

Roma, domenica 22 gennaio 2018

Papa Francesco e l’Amazzonia, futuro dell’umanità

di Roberto Carrasco, OMI

Papa Francesco ha convocato il Sinodo per la regione Panamazzonica. Una sfida per il mondo e per la Chiesa

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Roma, Domenica 15 ottobre. Durante l’Angelus di Piazza San Pietro Papa Francesco, continuando con la dottrina della Laudato Si’, che sottolinea l’importanza dell’Amazzonia per l’insieme del pianeta e per il futuro dell’umanità, il Santo Padre ha detto davanti ai fedeli e pellegrini che «accogliendo il desiderio di alcune Conferenze Episcopali dell’America Latina, nonché la voce di diversi Pastori e fedeli di altre parti del mondo, ho deciso di convocare un’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione Panamazzonica, che avrà luogo a Roma nel mese di ottobre 2019».

Dopo la nascita nel settembre 2014 a Brasilia della Rete ecclesiale pan-amazzonica (Repam), presiduta dal cardinale Claudio Hummes, ricordiamo che durante l’incontro di coordinamento realizzato a Roma il 2 e il 3 marzo 2015 Himmes disse: «Nei nove Paesi latino-americani che includono il territorio amazzonico, la Rete vuole unire gli sforzi della Chiesa in favore della custodia responsabile e sostenibile di tutta la regione, al fine di promuovere il bene integrale, i diritti umani, l’evangelizzazione, lo sviluppo culturale, sociale ed economico del suo popolo, specialmente delle popolazioni indigene». La Chiesa in Amazzonia, ha detto il porporato, «vuole “fare rete”, per congiungere gli sforzi, per incoraggiarsi reciprocamente e avere una voce profetica più significativa a livello internazionale».

Per questa ragione Papa Francesco ha detto domenica che: «lo scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta”.

Comincia per la Chiesa una grande sfida per tutto quello che significa l’Amazzonia per il mondo intero e perché l’Amazzonia è una fonte di vita nel cuore della Chiesa.

17 ottobre 2017

Fonte: http://www.young4young.com

Amazzonia. Continua la battaglia degli indigeni contro lo sfruttamento del petrolio

di Roberto Carrasco

Nel 2009 i kichwa hanno bloccato le navi sul fiume Napo, per cercare di fermare l’inquinamento e la morte. Ma da allora ben poco è cambiato.

Sostare sulla limacciosa spiaggia della comunità nativa kichwa di Copal Urco, poco prima dell’alba, svela perché l’Amazzonia crei leggende. Il vasto fiume Napo scivola silenzioso, quasi invisibile, nelle tenebre. Insetti e rumori animali rompono la silente oscurità della foresta. La giornata è appena iniziata, ed è già tutto umido. Mentre il sole sorge e l’oscurità si ritira, in lontananza si scorge una canoa che riporta un uomo di ritorno della pesca. Tutto il paesaggio, ormai illuminato, rivela alberi maestosi e stretti. La luce, anche quando diviene accecante, non riesce a farsi largo nella giungla più fitta. Il fogliame caduto dagli alberi, muro impenetrabile, lascia tutto e tutti al di fuori.

DSC0936004 Maggio 2009: Indigeni kichwas guardano sospetti l’arrivo di una Nave della Marina peruviana. “L’ultima volta che una nave ha solcato il Napo, fu nella Guerra Perù-Ecuador del 1941”, dice un anziano.

Ecco dove cominciano i racconti: il villaggio di Copal Urco, culla della comunità nativa kichwa ed una delle più antiche di questa regione (Loreto), si staglia su una piccola montagna che si erge sul lato destro del fiume Napo che collega il Perù all’Ecuador. Qui vivono poche centinaia di agricoltori e di pescatori indigeni. La foresta amazzonica peruaviana, seconda solo a quella brasiliana, consta di 70 milioni di ettari dei quali i tre/quarti ricchi di petrolio e gas: ciò ha dato avvio ad un ampio programa di sfruttamento di tali risorse, e non da oggi. Si pensi che la prima azienda petrolifera sbarcata ufficialmente in Perù nel 1945, di origine tedesca, aveva intrapreso la attività estrattiva ben prima della seconda guerra mondiale. Questo ha determinato una terza ondata immigratoria europea dopo quella del 1542, a seguito della scoperta del Rio delle Amazzoni, e quella del XX secolo che provocò un grande etnocidio dei popoli indigeni derubati degli alberi di caucciù dai quali veniva estratta la gomma. Sono stati creati 64 blocchi di esplorazione, conosciuti come lotti, sono stati creati, di cui otto dal 2004. “L’Amazzonia peruviana sta vivendo un’enorme ondata di esplorazione di idrocarburi”, afferma Matt Finer, coautore di uno studio sui progetti di petrolio e gas nell’Amazzonia occidentale da Duke University.

“L’estrazione dell’olio non è una cosa semplice. Comprende elicotteri, chiatte, sbarre di strada, piattaforme di trivellazione, pozzi e condotte. La tecnologia è più pulita di prima, ma ancora inquina le vie navigabili e spaventa il gioco e la vita dei popoli. E i lavoratori portano ancora germi, che minacciano le tribù senza alcuna immunità alle malattie degli estranei. La storia precedente dell’Amazzonia ci ricorda che l’influenza e altre malattie hanno provocato da parte dei conquistatori l’eliminazione da gran parte della popolazione indigena dell’America Latina e più recenti interlocutori, missionari, scienziati e giornalisti hanno causato conseguenze mortali nelle comunità isolate e indigeni. Dopo gli incursioni degli uomini petroliferi nel territorio di Nahua negli anni ’80, più della metà della tribù si è riferita da morire. Se le aziende entrano, è probabile che distruggeranno gli indigeni completamente e poi non saranno effettivamente”, dice Stephen Corry del gruppo di difesa Survival International. Questo si legge nella inchiesta fatta per il giornale inglese The Guardian in Luglio 2009.

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Il territorio dell’Amazzonia peruviana è quasi interamente dato in concessione. È un problema serio, di cui lo Stato non parla mai. Nel Napo la linea frontale di questa battaglia esistenziale è il lotto 67. Un pezzo di giungla nel bacino del Maranon nel Perù nordorientale, che comprende i campi petroliferi Paiche, Dorado e Pirana, che contengono barili di circa 300 m, dove una società anglo-francese, Perenco, detiene diritti esclusivi. Dal 2008 ha intenzione di spendere 2 miliardi di dollari – il più grande investimento del Paese – perforare 100 pozzi da 10 piattaforme. Il greggio sarà spedito e trasportato attraverso condotte per 600 miglia alla costa del Pacifico. Sono state fatte ampie prove sismiche e costruite le installazioni. Le barche attendono i primi barili. Ma per comunità autoctone come Copal Urco e tutta la Federazione da Comunità Native dal Messo Napo, Curaray e Arabela (FECONAMNCUA) questo implica la morte della loro cultura e l’invazione dei loro territori. Inoltre altro tema grave è quello della presenza dei gruppi indigeni no contaminati. Perenco respinge queste affermazioni come insinuazioni e disinformazione da parte di gruppi contrari allo sviluppo económico dicendo che: “Tutto questo è simile al mostro di Loch Ness. Molte chiacchiere, ma mai nessuna prova”, dice Rodrigo Marquez, responsabile regionale latino-americano di Perenco. “Abbiamo fatto studi molto dettagliati per accertare se ci sono tribù non contattate perché sarebbe una questione molto grave. L’evidenza è inesistente”. Perenco resta convinta dell’idea che è facile costruire teorie di cospirazione e che quando si parla della presenza degli incontaminati siesprimono solo opinioni, e chiede agli scienziati di produrre prove di quello che affermano.

9-mayo-2012 - 26In questo tema chi ha l’ultima parola? I critici dicono che “nemmeno il Ministero dell’Ambiente oppure di Cultura hanno l’influenza nei confronti dei soggetti più potenti che guidano la corsa all’olio e dell’impatto che questo avrà sui popoli indigeni”, afferma Richard Rubio, presidente della federazione indígena dal Napo.

“Il governo del Perù non è imparziale e non incoraggia le Studi da Impatto Ambientale veramente indipendenti, afferma Jose Luis de la Bastida, specialista di petrolio peruviano presso l’Istituto World Resources di Washington”, secondo Corry. In questo contesto, Lima è e si sente molto lontana dall’Amazzonia. È solo una città capitale costiera di quasi nove milioni di persone circondate dalle baraccopoli, il suo centro ha Starbucks, grattacieli lucidi, uffici governativi intelligenti e alcuni dei migliori ristoranti del Sud America. Storicamente si è guardato verso l’esterno dell’Oceano Pacifico e raramente ha pensato ai 300.000 abitanti delle foreste “nativo” scure, poco più dell’1% della popolazione. Ha avuto anche meno motivo di riflettere sulle tribù non contattate oppure dell’impatto della esplotazione petrolera. In questo contesto il presidente Alan Garcia Perez ha decretato le leggi che incidono l’Amazzonia per progetti di petrolio, gas, minerario e biocarburanti.

DSC09341Di fronti a questo i “nativi” si sono alzati. Sparpagliati, impoveriti e emarginati, hanno organizzato proteste. Diverse comunità hanno sfidato la politica estrattiva del governo. Il lunedì mattina del 04 Maggio 2009 hanno bloccato le condutture, le strade e le vie navigabili. Il presidente li ha denunciati come sabotatori “ignoranti” e il mese scorso ha ordinato alle forze di sicurezza di sollevare i blocchi.

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Alan Garcia, di fronte all’indignazione e la forza indigeni, ha però revocato due decreti più controversi, 1090 e 1064, che avrebbero aperto l’Amazzonia alle piantagioni di biocarburanti. I gruppi indigeni hanno sospeso le proteste, ma i progetti di petrolio e gas sono ancora in corso. “Lo scenario futuro rimane terrificante: l’Amazzonia peruviana è ancora coperta da concessioni”, afferma Finer, coautore dello studio Duke. Le compagnie petrolifere e il governo peruviano sono impegnate – in particolare per il l’ambito lotto 67.

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Dopo otto anni in Roma, parlando con un testimone di quello chi vive le popolazione napuruna, il Dr. Florindo Barisano, della ONG italiana del PRO.DO.CS (Progetto Domani: Cultura e Solidarietà), ricordavamo le parole del Padre Juan Marcos Mercier che 40 anni fa diceva: “Ai Runa non importa della loro cultura indígena, vogliono vivere come i bianchi e come la società dominante perchè si sentino inferiori essendo indigeni”. E parlando della similare situazione nell’Ecuador questo missionario diceva:”Il disastro ecologico dell’Amazzonia è evidente e non solo viene voglia di piangere ma anche di litigare con più forza. Ma bisogna essere intelligenti, astuti, come lo Yawati o il Coniglio per litigare contro tutte quelle multinazionale che hanno spazzato la selva”.

FLORINDO BARISANOIl dottor Barisano è una delle pocche persone in Italia che conoscono la realtà del Napo. Luì visita il Napo da 30 anni fa. “Che difficile è andaré controcorrente!”, diceva mentre veniva alla memoria quello del Conflitto Amazzonico dal 2009 in Perù.

Anzi, “quello che raccontava Padre Juan Marcos, che io pensavo fossero storie esagerate, erano la vera realtà. Era per me incredibile vedere che il fiume che io ho solcato decine di volte in Perù, era lo stesso che ho visto passando da Coca a Nueva Rocafuerte dal lato ecuadoriano, ed è motivo di tristezza vedere come potrebbe essere trasformato il lato peruviano del Napo nei prossimi anni”. Su questa situazione ci sono molte cose da dire. Nelle Missioni cattoliche presenti in tutto il Napo si sta da tempo discutendo sui rischi e le minacce che è insito nell’attività dell’industria estrattiva in questa parte della Amazzonia Sudamericana. I missionari che lavorano a stretto contatto con le comunità indigene sono testimoni viventi di come si sviluppano e vengono attuate le politiche in virtù dello “sviluppo pro-bianco”. Ad esempio, il Millennium Cities Project – Manaos, vuole dragare il Napo. In realtà, vi è grande preoccupazione da parte dei popoli dell’Amazzonia di questa zona del pianeta. Loro vogliono il dialogo come Nazione Kichwa. Vogliono incontrarsi per discutere i loro problemi. La verità è che le popolazioni indigene dell’Ecuador hanno sofferto molto di più le conseguenze dell’industria estrattiva petrolifera. Ci sono casi giudiziari terminati con condanne come i casi della Texaco e di Sarayacu. Gli indigeni della zona peruviana non hanno ancora avuto esperienze forti analoghe. Il conflitto che si è verificato nel maggio 2009 nel Medio Napo, quando una grande nave della Marina di Guerra peruviana e l’industria petrolifera Perenco si scontrarono con gli indigeni che avevano operato un blocco del fiume Napo, anche se poteva sembrare un fatto importante, purtroppo non lo è stato. Tutto il dialogo ed i tavoli di lavoro sono terminati lì. Alcune comunità che potevano beneficiarsi dell’estrazione del petrolio non si unirono alla lotta ed alla protesta. Ad oggi, quasi tutte le comunità indigene peruviane del Napo non hanno ancora avuto il supporto diretto promesso all’epoca dalle compagnie petrolifere. Nel Napo peruviano ci sono molte cose da analizzare. Continueranno ad essere i viaggiatori, gli stranieri, i visitatori, i turisti che ci diranno e confermeranno quello che i missionari stanno dicendo da molto tempo …? c’è davvero la volontà di lavorare con i popoli indigeni…? Probabilmente i governi di turno termineranno i loro mandati con le loro tasche piene, a scapito delle risorse di tutti. Forse il linguaggio di inclusione continua a far sognare e gli stati del Perù e dell’ Ecuador continuano a dare somme irrisorie di denaro alle persone dicendo che stanno facendo un grande piano per combattere la povertà e la malnutrizione.

IMG_2509Di fatto questa domanda è fondamentale: Si sta rispetando la Convenzione 169 dell’OIT e le legge che proteggono ai popoli indigeni? Ma quello che accade va ben al di la .

La malnutrizione si aggrava con l’inquinamento dei fiumi. Le acque sono inquinate e né lo Stato né le aziende che si definiscono leader sociali vogliono farsi carico di questa patata bollente. Il livello di istruzione è molto basso, la sanità completamente a terra. Se la salute di questa parte del mondo non è nel caos più totale lo dobbiamo solo grazie al lavoro della Missione dei Cappuccini in Rocafuerte – Ecuador e la Missione Cattolica di Santa Clotilde – Perù, dove gli Oblati di Maria Immacolata, i Padri Norbertini stanno offrendo assistenza sanitaria di qualità da 35 anni fa. Bisogna stare tutti uniti a lavorare con la nazione Kichwa. Bisogna scommettere per il dialogo e per un Progetto di Vita Kichwa per i popoli del Napo ecuadoriano e peruviano. La lettera di Tarapoto del 01 Maggio 2017 ha aperto oggi per tutta l’Amazzonia un nuovo atteggiamento e sfida di lavorare attraverso de Rette Pan Amazzonica (REPAM): “come fermare il processo di destruzione dell’Amazzonia?”.

The resist of the indigenous peoples – AMAZONIA

El pueblo kichwa de Sarayacu se ubica en la Amazonia ecuatoriana – frontera con el Perú. Es una comunidad que ha sabido resistirse legal y culturalmente a las terribles situaciones vividas frente a empresas petroleras que continuan trabajando no solo en el lado ecuatoriano, también en el lado peruano.

En el Perú, los pueblos indígenas del Napo, cuando vieron el video completo se sintieron identificados con la misma problemática y dialogan de las consecuencias que vivirán dentro de poco cuando la extracción petrolera comience a vislumbrar mayores dificultades, de aquellas que ya ha encontrado hasta hoy.

LOOK THIS VIDEO HERE !!!

“Sarayacu resist the assault of the petrolleum industry”

 ¿Y EN EL NAPO PERUANO ?

Quiero atreverme a compartir parte de un estudio realizado  por MARCO A. HUACO PALOMINO, acerca de una CONSULTORÍA PARA ESTUDIO SOBRE VULNERABILIDAD DE LOS DERECHOS INDIGENAS EN EL NAPO – en el contexto del Proyecto de “Mitigación de conflictos y Desarrollo de la Amazonia” – realizado por la CEAS, el 16 de diciembre del 2013

con fondo el buque

AQUÍ SOLO UNA PEQUEÑA PARTE DEL ESTUDIO QUE NOS PUEDE AYUDAR A COMPRENDER LA DIMENSIÓN DEL PROBLEMA PRESENTADO:

1.      Vulnerabilidad de derechos indígenas en el Napo: actividades petroleras

 A diferencia de las dos actividades extractivas arriba estudiadas, la minera y maderera ilegales, la actividad hidrocarburífera de las empresas Repsol y Perenco han sido autorizadas por el Estado siguiendo la normatividad legal del sector Energía y Minas pero en directa contraposición a los derechos de los pueblos indígenas que son de rango jurídico superior, esto es, constitucional.

La presencia de estas empresas, y principalmente de Perenco en relación a las comunidades del Medio Napo, ya registra afectaciones a los derechos Kichwas a pesar de que la fase de explotación aún no había comenzado en el momento en que se levantaron las entrevistas que a continuación se citan. Esto es una prueba fehaciente de que la licencia del lote así como la aprobación del Estudio de Impacto Ambiental de la fase exploratoria debieron haber sido consultadas previamente a las comunidades que serían afectadas directamente.

4.1. Documentación y testimonios

Los apus entrevistados denuncian hechos graves que deberían ser investigados y sancionados, además de prevenidos:

“FECONAMNCUA trabaja con 40 comunidades, antes habían comunidades que participaban de nuestra federación pero no enviaron ni carta para dejar de participar. Vino un representante de relaciones comunitarias de PERENCO para conversar una vez. Pero el Estado no ha venido. Normalmente sería que venga primero el Estado y luego las empresas pero no es así.

“Se ha formado una nueva federación que trabaja con la empresa con 04 comunidades que antes eran de nuestra organización. Ni dan la cara, antes venían pero ahora tienen su lancha propia, deslizador que alquilan a la empresa, tienen acuerdos económicas con la empresa. Pero Perenco solo apoya a las comunidades que ellos dicen son de “influencia directa”. Pero cuando ocurre un derrame, no sólo van a sufrir ellos sino todos los de la cuenca.

“La consulta previa debe ser a todas las comunidades, no solo a la federación, pues cuando los quieran mover a esa comunidad va a saber por qué la están moviendo.”

“Los TRANSTUR (de Perenco) que vienen a una inmensa velocidad con 40, 70 pasajeros y motores tremendos que levantan unas olas tremendas. Y el Napo no está acostumbrado a navegar en botes sino a transportarse en canoas de 6 a 7 personas y andan llenitas, ¡cuántos botes se han hundido justamente por eso!. El año pasado, el 17 de julio de 2012, ha sucedido inclusive un accidente a 200 metros de la comunidad de San José. Un señor estaba cruzando en la noche y se chocó contra una barcaza que no tenía luz, de noche y pasaba sin luz!, y murió una niña de cuatro años. Escaparon todos pero quedó la niña, solo el bote recuperaron. En Curaray también pasó otro caso que por salvar a su hijo, el bote se volteó y los tapó y murieron dos. El Curaray es un río más reducido y las olas por tanto causan más impactos. Tradicionalmente el naporuna no está acostumbrado a eso.”

“Yo mismo he visto al buque tópico, del Estado, yo bajaba para mi casa y miraba que botaban inmensos paquetes, de bolsas negras, rosadas, y el mismo buque del Estado estaba botando desechos ¡al río!., y justo me olvidé mi cámara, botaban cebollas podridas, cáscaras, y muchas cosas, el mismo buque del Estado que está para proteger…como nadie ve allí, ellos botaban. Yo mismo lo vi”.

Falta mucho socializar el cuidado del medio ambiente. El Estado no reconoce a los monitores ambientales indígenas. Yo mismo hablé con Perenco para que apoyen el monitoreo pero no querían.

“Los impactos de la actividad de las empresas. Con el movimiento de estas olas se va derrumbando la tierra de las orillas y el agua está más turbia, cambia de cauce el agua, cambia de línea, el agua baja más turbia. Yo estaba aquí en los noventa, cuando todavía no entraban las empresas, y el agua era más cristalina, el zúngaro estaba más arriba y bajaba, pero ahora ya no, todo es más movimiento, todo está removido. Niños que vienen al secundario de la parte de enfrente del río ya no van a venir a la escuela en canoa por temor a las olas, han cambiado su hora para venir y su ruta, es peligroso para ellos.” Sr. Richard Rubio, Presidente FECONAMNCUA

Non hanno potuto strappare le nostre radici !!!

di Roberto Carrasco, OMI

 Usammo la metodologia di Paulo Freire:

Quando ero nella missione, ricordo che una delle cose belle che ho imparato è parlare ai indigeni con le parole generatrici selezionate dalla loro cultura ed ambiente. Mi facevo ogni tanto questa domanda: Come intregrare tutto quello che imparava dagli stessi indigeni, la loro religiosità, la loro storia, le abitudini, i miti, i racconti, i canti che hanno raccolto ed organizzato i primi missionari in questa parte dil mondo?

Ricordo le parole dal P. Juan Marcos, e come lui, ogni tanto quando la solitudine è vicina, pensavo nella catechesi, nella predicazione… non sono uno studioso  né un accademico, non sono antropolocné linguista, ma la conoscenza che mi hanno offerto gli anziani, conosco qualcosa dei loro miti, dei loro canti, della loro grammatica. C’è un dizionario KICHWA – CASTELLANO, che è il prodotto dal lavoro dei padri Juan Marcos Mercier e José Miguel Goldáraz… quanto gli ringrazio a loro, sono miei maestri nella missione tra indigeni amazonici.

La convivenza, la amicizia, anche delle domande per cercare capire questo mondo dove ho visuto, me porta a scrivere questo articolo. Quando ascoltava la lezione dal capitolo sesto, ho ricordato, subito… quel modelo napuruna, proprio della cultura napuruna, che ha una similitudine al modelo proposto per Paulo Freire: osservare la relazione tra genitore e figli per vedere se lo stile che usano entrava in sintonia con la famiglia e l’ambiente. Mentre che il missionario visitava tutte le scuole per controllare il processo educativo, inoltre, una missionaria si incaricava di svolgere le pratiche ufficiale per il Minitero di Educazione molto lontano, nella cità.

P. Juan Marcos tante volte raccontava che gli indigeni respingevano ciò che gli era proprio: dopo tanti anni di maltrattamento e disprezzo della loro cultura, considerandola arretrata e primitiva di fronte al mondo occidentale civilizzato, loro volevano imparare quello che imparano “i bianchi” e perfino si vergognavano delle loro conoscenze, della loro lingua, delle loro abitudini. Anzi il compito fu duro in quei primi tempi, ma poco a poco germinarono le ricchezze della cultura come se fossero state sommerse nelle acque del fiume per uscire per  qualque momento in superficie: “STRAPPARONO I NOSTRI FRUTTI, TAGLIARONO I NOSTRI RAMI, BRUCIARONO IL NOSTRO TRONCO, MA NON POTERONO STRAPPARE LE NOSTRE RADICE”.